Per combattere un nemico evanescente, ma deciso, non bastano le parole roboanti e le minacce, che svaniscono nel nulla se non si conosce a fondo la natura più intima del nemico.
Identificare l'ISIS come "Stato islamico" e coinvolgere l'intero Islam nell'identificazione terroristica, peggiora le condizioni di difesa favorendo la tecnica aggressiva che usa come paravento la religione islamica; l'Islam moderato dovrebbe essere l'alleato privilegiato per combattere tali estremismi.
Conoscere il nemico da combattere diventa imperativo, perché si tratta di un nemico del quale si ignora tutto, tranne gli effetti disastrosi che è in grado di promuovere.
Cominciamo con il dire che non si tratta di uno Stato Islamico e che non si tratta di gruppi isolati, occasionalmente uniti. Non si tratta di Stato Islamico perché non sono islamici e la loro Costituzione non è "Il Corano" in quanto sono ben lontani dal seguirne i precetti, come:
"Ad ogni comunità abbiamo indicato un culto da osservare. E non polemizzino con te in proposito."
Corano Sura XXII Al Hajj (Il Pellegrinaggio 67-32)
Versetto che invita alla tolleranza dei riti delle altre comunità religiose.
Stante la loro collocazione geopolitica, possiamo dedurre che si tratta di Hashashin, termine che fa riferimento ad una delle più antiche sette religiose sorte nel MedioEvo, come interpretazione distorta dell'Islam Coranico; dalla loro identificazione scaturisce il termine "Assassini", perché dediti ad omicidi efferati. Il termine significa "Consumatori di hashish", droga devastante che si ottiene dalla canapa indiana.
Setta fondata dall'emiro Isma'il ibu Gia'far, infatti la loro prima identificazione li chiama Isma'iliti, da non confondere con Ismaeliti, che identifica tutto il mondo arabo-semita, discendente da Ismaele, figlio di Abramo e della schiava Agar.
Ciò che si ignora è la struttura interna di tale setta, che si tramanda dal tempo delle crociate; come ogni setta ha un capo assoluto, Djebal, o Gran Maestro, meglio conosciuto come Il Veglio della Montagna, con prerogative di Monarca assoluto; ruolo adesso ricoperto da Abu Bakr al-Baghdadi.
La setta nacque durante le Crociate e lo scopo era lo stesso degli Ordini dei Cavalieri occidentali: difendere il Santo Sepolcro; dai Cristiani, però. Quindi la loro origine non è lontana dai capisaldi delle Sacre Scritture, con la venerazione di Abramo, la loro discendenza dal figlio di Abramo Ismaele, la difesa del Santo Sepolcro minacciato dalle crociate, con particolare riferimento allordine cavalleresco dei Teutonici dai quali appresero la gerarchia interna composta da Gran Maestro, Grande Priore, Priore, frate, scudiero, che in arabo diventa Djebal, Sheik, Daiikebir, dais.
Fu Federico II ad avere maggiori rapporti con gli Ismailiti, già diventati Hashashin, quando si decise a fare la Crociata che il Pontefice gli ordinava; mantenne con loro rapporti diplomatici e permise loro di praticare la loro religione a Gerusalemme, città della quale Federico si era proclamato imperatore.
La setta fu sempre selettiva nell'accettazione di nuovi adepti, che dovevano praticare la più assoluta dedizione al "Veglio"; ai giovani, una volta entrati a farne parte, non era più consentito uscirne.
Gli storici hanno sempre condiviso l'idea che alla base della fedeltà al "Veglio", ci fosse l'uso e l'abuso di sostanze come l'hashish, che schiavizza i seguaci, rendendoli sempre più dipendenti dal Gran Maestro.
Il momento storico che li rese famosi è legato al sultano (Djebal), Aloylin, una figura inquietante, dispotica, sadica e crudele.
La storia ci dice che, per legare sempre più a sé i giovani adepti, egli ricorresse ad un espediente profondamente ingannevole. Li drogava con hashish e li faceva vivere per qualche giorno in un luogo di delizie ed incanti, serviti e riveriti da belle fanciulle pronte ad assecondarli in ogni richiesta. Passato l'effetto della droga, i giovani credevano davvero di essere stati in Paradiso, finendo in tal modo di cadere completamente in balia dell'infido Gran Maestro.
Annullata ogni loro volontà e personalità, i giovani adepti erano pronti ad eseguire qualunque ordine del Sultano, per tornare in quel "Paradiso".
Perfino uccidere o uccidersi.
La tradizione conferma che il sultano (Djebal), per dimostrare ai suoi ospiti occidentali la fedeltà dei suoi guerrieri, offriva loro uno spettacolo agghiacciante: ordinava ad alcuni di loro di gettarsi giù dall'alto della fortezza e sfracellarsi sulle rocce sottostanti.
Ordine che i giovani eseguivano con grida di gioia, convinti di tornare in quel Paradiso che avevano conosciuto sotto l'effetto della droga.
Tale metodo si ripete anche oggi, perché solo drogati, svuotati di una propria volontà, possono accettare di sacrificarsi, uccidendo e suicidandosi.
Come con tutte le organizzazioni criminali, per riuscire nell'intento di smascherare questi terroristi, si dovrebbe inseguire la via del denaro e della droga, degli scambi con denaro contro petrolio di contrabbando, acquistato da petrolieri senza scrupoli, nonché lo scambio tra droga e armi, gestito dalle mafie che lucrano sia con le armi che con i pani di droga ottenuti in cambio.
Rosario Amico Roxas
"io decido X Albignasego" è il nome del movimento civico che vuol dare la parola ai cittadini di Albignasego, comune della provincia di Padova ... e non solo!
lunedì 16 novembre 2015
martedì 10 novembre 2015
Due storie di ordinario degrado
Soranzo si rivolge al vescovo per risolvere il nodo ex seminario
Da "Il Mattino di Padova" di Martedì 10 Novembre 2015
SELVAZZANO Il sindaco di
Selvazzano Enoch Soranzo chiede un incontro urgente al neo vescovo della
Diocesi di Padova, don Claudio Cipolla, per discutere dei problemi
dell’ex Seminario di Tencarola. In primis le pendenze economiche
relative alle imposte (Ici e Imu per circa 2,5 milioni di euro) che
secondo il primo cittadino la Curia padovana deve da anni al Comune di
Selvazzano. In seconda battuta il problema della sicurezza all’interno
del complesso in stato di abbandono, che continua a mantenere viva la
preoccupazione dei cittadini di Tencarola e San Domenico (l’ultimo
allarme incendio è scattato domenica mattina). Ma non solo questo.
«Circola sul web la notizia che ci sarebbero degli operatori che
organizzano visite guidate in luoghi in stato di abbandono e, tra
questi, c’è anche l’ex seminario di via Monte Grappa», afferma Soranzo
«Questa scoperta mi ha fatto davvero arrabbiare e voglio sapere dal
vescovo se ne sa qualcosa, visto che sul sito di questa organizzazione
sono state postate delle foto che testimoniano che sono entrati nella
struttura. Ma come, al Comune e alle forze di polizia è stato
categoricamente vietato di accedere senza previo consenso della
proprietà e poi scopro che altri si sono introdotti senza alcun
problema?». Nella missiva inviata nelle ultime ore in Curia, Soranzo
chiede al vescovo un incontro urgente al fine di definire una volta per
tutte una questione, quella della sicurezza all’interno del sito, che si
protrae da anni e che ultimamente è stata motivo di frizioni e
polemiche tra i rappresentati dell’Ente Seminario e i consiglieri
comunali, soprattutto di maggioranza, che sollecitano l’ente religioso a
fare la propria parte. «Recentemente, come presidente della Provincia
ho avuto modo di conoscere sua eminenza il Vescovo e mi ha fatto
un’ottima impressione», aggiunge il sindaco «Ho apprezzato il modo con
cui affronta i problemi. Confido che don Cipolla ci sia di aiuto per
venire a capo di una vicenda che ai selvazzanesi sta molto a cuore». Il
sito in cui il blogger ha inserito anche l’ex seminario di Tencarola tra
i luoghi in stato di abbandono è: sbilanciamento.blogspot.it. Vengono
indicate vecchie ville, ex discoteche e monumenti in stato di degrado.
In alcuni casi queste strutture, spesso con i muri tappezzati dai
writers di scritte e disegni, sono state utilizzate come backstage per
servizi fotografici.
Gianni Biasetto
«La scuola materna Angela Breda rischia di chiudere»
Da "Il Mattino di Padova" di Martedì 10 Novembre 2015
PONTE DI BRENTA
La scuola materna Angela Breda, a Ponte di Brenta, secondo i genitori
dei bimbi rischia di chiudere. Genitori che sono amareggiati e
arrabbiati. Prima tante promesse da parte del Comune, soprattutto un
finanziamento di 150 mila euro messo a disposizione dalla Fondazione
Cariparo, finalmente la gestione di Spes ma ad oggi siamo al punto di
partenza. Dopo il terremoto del 2012 che ha reso inagibile la parte più
pregiata, più capiente e più bella, i bambini sono stati trasferiti
nell’altra ala, più recente, ma, a dire dei genitori, «costruita male e
poco stabile». «I piccoli» spiegano «attualmente sono divisi in tre aule
e avrebbero un giardino a disposizione, solo che quando piove,
sistematicamente, emerge addirittura la fogna. A quanto abbiamo capito
il nodo più difficile da sciogliere è quello della proprietà che non è
ancora del Comune perché manca il nulla-osta del commissario regionale,
ma il nostro sospetto è che il Comune non voglia intervenire». Intanto,
sopravvive solo la scuola materna (con 40 bambini iscritti), mentre il
nido ha chiuso perché non c’era abbastanza spazio per accogliere anche i
più piccoli. «Il risultato è che i genitori di Ponte di Brenta non sono
più attratti dalla Breda», sottolineano i superstiti, «incredibile la
non attenzione del Comune visto che proprio in questa parte del rione si
è creato un polo scolastico che necessita, per essere completo, solo
della materna». Nessuna sorpresa che quest’anno si siano registrate meno
iscrizioni dell’anno passato. La stessa Spes sta facendo i salti
mortali per continuare a garantire la gestione della scuola, investendo
in denaro e lavoro ma, se non parte il finanziamento pubblico, il
prossimo gennaio non apriranno nemmeno le iscrizioni.
Elvira Scigliano
venerdì 18 settembre 2015
La donna tentatrice? È offensivo!
Bergoglio demolisce i luoghi comuni «La donna tentatrice? È offensivo»
Dal "Corriere della Sera" di Giovedì 17 Settembre 2015, pagina 23
Il Pontefice: c’è spazio per una teologia diversa. Scaraffia: cade uno stereotipo secolare
CITTÀ DEL VATICANO Francesco l’aveva buttata lì durante un’udienza prima dell’estate, una battuta mentre parlava del «puro scandalo della disparità» tra uomo e donna e metteva in guardia dalla «falsità» di chi dice che il matrimonio è in crisi a causa dell’emancipazione femminile: «È una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero? E lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna, povera donna, dobbiamo difendere le donne!».
Detto, fatto. La battuta di qualche mese fa è diventata ieri una riflessione teologica che il Papa ha proposto in piazza San Pietro nell’ultima delle catechesi dedicate alla famiglia. Adamo, Eva, la mela. E quella frase nel terzo capitolo della Genesi, cita Francesco, le parole che Dio rivolge «al serpente ingannatore, incantatore», versetto 15: « Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe ». Francesco scandisce: «Pensate quale profondità si apre qui! Esistono molti luoghi comuni, a volte persino offensivi, sulla donna tentatrice che ispira al male. Invece c’è spazio per una teologia della donna che sia all’altezza di questa benedizione di Dio per lei e per la generazione!».
Lucetta Scaraffia, coordinatrice dell’inserto Donne Chiesa mondo dell’ Osservatore Romano , notava ieri che «lo stereotipo» secolare della donna tentatrice «ha avuto molta fortuna nella Chiesa». E Francesco, ieri, lo ha demolito. I «luoghi comuni offensivi» dicono l’opposto della verità. Perché con le parole rivolte al serpente, ha spiegato il Papa, «Dio segna la donna con una barriera protettiva contro il male, alla quale essa può ricorrere — se vuole — per ogni generazione». Lo stesso Cristo, ricorda, è nato da una donna. E il racconto della Genesi «vuol dire che la donna porta una segreta e speciale benedizione, per la difesa della sua creatura dal Maligno: come la Donna dell’Apocalisse, che corre a nascondere il figlio dal Drago. E Dio la protegge».
Anche da qui deve partire quella riflessione che Francesco invocò dall’inizio del pontificato, nel 2013: «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa. La Madonna è più importante degli Apostoli! E la Chiesa è femminile… Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa». Capire questo, oltre i «luoghi comuni» e le disparità, è fondamentale per quella «nuova alleanza tra uomo e donna» che Francesco ritiene «non solo necessaria ma anche strategica» nel nostro tempo: per «l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro». Il Papa anticipa temi del prossimo viaggio a Cuba e negli Usa, che si concluderà con l’incontro delle famiglie a Philadelphia. Temi che saranno anche al centro del Sinodo di ottobre.
Tutto si tiene. Francesco spiega che «l’attuale passaggio di civiltà appare segnato dagli effetti a lungo termine di una società amministrata dalla tecnocrazia economica». E «la subordinazione dell’etica alla logica del profitto dispone di mezzi ingenti e di appoggio mediatico enorme». Qui sta il ruolo decisivo della famiglia: «La nuova alleanza tra uomo e donna deve ritornare ad orientare la politica, l’economia e la convivenza civile!».
Perché Dio «ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a se stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo», esclama: «La famiglia è alla base di questa cultura mondiale che ci salva da tanti attacchi, distruzioni, colonizzazioni, come quella del denaro o delle ideologie che minacciano il mondo. La famiglia è la base per difendersi!».
Proprio ieri, il Consiglio di nove cardinali («C9») voluto dal Papa ha definito la nascita di una nuova Congregazione che si occuperà di fedeli laici, famiglia e vita e assorbirà le competenze di due pontifici consigli: un «ministero» ad hoc che non è solo una semplificazione della Curia e dice tutta l’importanza che la questione ha per il Papa. Nel «C9», tra l’altro, si è discusso anche delle procedure per la nomina dei vescovi del mondo: il Papa — forse non convinto da alcune candidature — ha deciso che le procedure per raccogliere informazioni e sondare «qualità e requisiti dei candidati» dovranno essere aggiornate.
Gian Guido Vecchi
Corriere della Sera © RIPRODUZIONE RISERVATA
Dal "Corriere della Sera" di Giovedì 17 Settembre 2015, pagina 23
Il Pontefice: c’è spazio per una teologia diversa. Scaraffia: cade uno stereotipo secolare
CITTÀ DEL VATICANO Francesco l’aveva buttata lì durante un’udienza prima dell’estate, una battuta mentre parlava del «puro scandalo della disparità» tra uomo e donna e metteva in guardia dalla «falsità» di chi dice che il matrimonio è in crisi a causa dell’emancipazione femminile: «È una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero? E lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna, povera donna, dobbiamo difendere le donne!».
Detto, fatto. La battuta di qualche mese fa è diventata ieri una riflessione teologica che il Papa ha proposto in piazza San Pietro nell’ultima delle catechesi dedicate alla famiglia. Adamo, Eva, la mela. E quella frase nel terzo capitolo della Genesi, cita Francesco, le parole che Dio rivolge «al serpente ingannatore, incantatore», versetto 15: « Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe ». Francesco scandisce: «Pensate quale profondità si apre qui! Esistono molti luoghi comuni, a volte persino offensivi, sulla donna tentatrice che ispira al male. Invece c’è spazio per una teologia della donna che sia all’altezza di questa benedizione di Dio per lei e per la generazione!».
Lucetta Scaraffia, coordinatrice dell’inserto Donne Chiesa mondo dell’ Osservatore Romano , notava ieri che «lo stereotipo» secolare della donna tentatrice «ha avuto molta fortuna nella Chiesa». E Francesco, ieri, lo ha demolito. I «luoghi comuni offensivi» dicono l’opposto della verità. Perché con le parole rivolte al serpente, ha spiegato il Papa, «Dio segna la donna con una barriera protettiva contro il male, alla quale essa può ricorrere — se vuole — per ogni generazione». Lo stesso Cristo, ricorda, è nato da una donna. E il racconto della Genesi «vuol dire che la donna porta una segreta e speciale benedizione, per la difesa della sua creatura dal Maligno: come la Donna dell’Apocalisse, che corre a nascondere il figlio dal Drago. E Dio la protegge».
Anche da qui deve partire quella riflessione che Francesco invocò dall’inizio del pontificato, nel 2013: «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa. La Madonna è più importante degli Apostoli! E la Chiesa è femminile… Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa». Capire questo, oltre i «luoghi comuni» e le disparità, è fondamentale per quella «nuova alleanza tra uomo e donna» che Francesco ritiene «non solo necessaria ma anche strategica» nel nostro tempo: per «l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro». Il Papa anticipa temi del prossimo viaggio a Cuba e negli Usa, che si concluderà con l’incontro delle famiglie a Philadelphia. Temi che saranno anche al centro del Sinodo di ottobre.
Tutto si tiene. Francesco spiega che «l’attuale passaggio di civiltà appare segnato dagli effetti a lungo termine di una società amministrata dalla tecnocrazia economica». E «la subordinazione dell’etica alla logica del profitto dispone di mezzi ingenti e di appoggio mediatico enorme». Qui sta il ruolo decisivo della famiglia: «La nuova alleanza tra uomo e donna deve ritornare ad orientare la politica, l’economia e la convivenza civile!».
Perché Dio «ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a se stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo», esclama: «La famiglia è alla base di questa cultura mondiale che ci salva da tanti attacchi, distruzioni, colonizzazioni, come quella del denaro o delle ideologie che minacciano il mondo. La famiglia è la base per difendersi!».
Proprio ieri, il Consiglio di nove cardinali («C9») voluto dal Papa ha definito la nascita di una nuova Congregazione che si occuperà di fedeli laici, famiglia e vita e assorbirà le competenze di due pontifici consigli: un «ministero» ad hoc che non è solo una semplificazione della Curia e dice tutta l’importanza che la questione ha per il Papa. Nel «C9», tra l’altro, si è discusso anche delle procedure per la nomina dei vescovi del mondo: il Papa — forse non convinto da alcune candidature — ha deciso che le procedure per raccogliere informazioni e sondare «qualità e requisiti dei candidati» dovranno essere aggiornate.
Gian Guido Vecchi
Corriere della Sera © RIPRODUZIONE RISERVATA
martedì 4 agosto 2015
La rivoluzione culturale di Olivetti
L’intervista
Parla
Laura, figlia di Adriano: «Sento l’obbligo morale di continuare
sulla strada che ha tracciato mio padre» Il sogno di “Ivrea, città
industriale” nella lista Unesco. Oggi a Volterra riceverà il
premio “Ombra della Sera”
di
GIUSEPPE MATARAZZO
«Abbiamo
portato in tutti i villaggi le nostre armi segrete: i libri, i corsi,
le opere dell’ingegno e dell’arte. Noi crediamo nella virtù
rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere».
Così Adriano Olivetti riassumeva il senso della Fabbrica-Comunità e
l’utopia (possibile) di un’economia che si muovesse verso un fine
ben più alto dello sterile e crudo indice del profitto e aprisse
invece la strada a un cammino di civiltà e di elevazione per tutti.
Nello spirito dell’«umanesimo integrale» professato da Jacques
Maritain che per l’imprenditore di Ivrea fu un fondamentale punto
di riferimento ideologico. «La sfida di mio padre si è giocata su
questo campo: su un radicale cambiamento di mentalità rispetto al
mito del progresso e del profitto a tutti i costi sulla pelle dei
lavoratori. Al contrario, la fabbrica era considerata uno strumento
di crescita del territorio, per migliorare le condizioni di vita di
tutti, con un welfare su misura, servizi, educazione e appunto,
cultura», rilancia Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi alla
guida della Fondazione che porta il suo nome, fondata nel 1962, due
anni dopo la prematura scomparsa dell’imprenditore. «La
fabbrica-comunità era il tentativo di una grande innovazione
culturale, per le imprese, i lavoratori e tutti i soggetti attivi del
territorio. E su questo terreno sento il dovere di continuare a
testimoniare l’esperienza di mio padre». Olivetti è morto quando
Laura aveva appena nove anni. Per lei la famiglia era la «Ditta».
Un tutt’uno. «I miei ricordi arrivano ovviamente fino a un certo
punto. Nel tempo ho ascoltato i racconti di chi è stato sempre
vicino a mio padre; ho letto i carteggi, ho scavato in archivio e
alla fine credo di aver ricostruito pienamente la sua figura. È
stato un esercizio importante per riavvicinarmi a lui e alla mia
famiglia. Prima di occuparmi della fondazione facevo altro, ero una
ricercatrice di psicologia. Fu verso l’inizio degli anni Novanta
che una serie di circostanze fecero scattare in me la sensazione che
occuparmi della Fondazione fosse un obbligo morale. Erano gli anni
dei grandi cambiamenti per l’azienda e avevo paura che la
Fondazione potesse ridursi a una vestale del passato. Ho cercato
allora di rimettere in sesto questa istituzione, per mille ragioni
rimasta silente, e diffondere il valore culturale della storia di
Olivetti. Poi nel luglio del 2003 il nome Olivetti venne fatto
scomparire dallo scenario dell’impresa italiana, così la
Fondazione è oggi di fatto l’unica realtà legata a triplo filo
con quell’esperienza e deputata a valorizzare questi asset
intangibili che si rivolgono al capitale umano».
In
questa direzione va il lavoro divulgativo delle Edizioni di
Comunità (dirette con vera passione dal figlio di Laura,
Beniamino de’ Liguori Carino), con la pubblicazione dei discorsi,
degli scritti e del pensiero di Adriano Olivetti. E poi c’è tutto
il lavoro svolto nei territori, in particolare nei luoghi legati alla
storia di Olivetti, per creare opportunità di crescita sociale: «A
Roma, a Corviale, abbiamo coinvolto negli anni gli abitanti in
operazioni che andavano dagli orti urbani alla creazione di Radio
Cordiale – dice Laura Olivetti –. Abbiamo svolto un grande lavoro
nel carcere di Bollate, con l’apertura di un asilo realizzato con
criteri innovativi, dentro l’istituto, ma aperto al pubblico.
Abbiamo svolto ricerche sullo stato dell’impresa nel canavese e
ricostruito tutta la vicenda di mio padre in Basilicata, a Matera,
che nel 2019 sarà capitale europea della cultura. Qui mio padre,
negli anni Cinquanta portò avanti una delle sue scommesse più alte,
insieme ad altri intellettuali e professionisti: fare della capitale
dell’Italia contadina, nel Mezzogiorno descritto da Carlo Levi in
Cristo si è fermato a Eboli un’altra Ivrea. Adesso stiamo
chiudendo una convenzione con il comune di Pozzuoli, un altro sito
simbolo della storia di Olivetti, per la diffusione del suo pensiero
fra i giovani».
Un
impegno, quello della Fondazione Adriano Olivetti che oggi pomeriggio
sarà premiato con il riconoscimento “Ombra della Sera” per la
cultura su segnalazione della Commissione nazionale italiana per
l’Unesco, nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro
Romano di Volterra, insieme ad altre personalità dello spettacolo,
dell’arte e del giornalismo. L’Unesco e la Lista dei siti
Patrimonio dell’Umanità che sognano Olivetti e Ivrea, la cui
candidatura è stata ufficializzata nel 2012 al termine di un lavoro
di ricerca e valorizzazione avviato già nel 2008 con il Comitato
nazionale per le celebrazioni del centenario della Società Olivetti.
«Una traccia lunga quasi un secolo ha legato il nome Olivetti a
Ivrea e al territorio canavesano unendo le vicende dell’impresa
alla storia di questa terra – spiega Laura Olivetti, presentando il
dossier –: “Ivrea, città industriale del XX secolo” pone
all’attenzione dell’Unesco il modello di città industriale,
elaborato a partire dagli anni Trenta da Adriano Olivetti e diventato
poi progetto di comunità alternativo a quello proposto dallo
sviluppo industriale del XX secolo. L’esempio di Ivrea rappresenta
un’opportunità per sollecitare importanti riflessioni sui processi
di innovazione sociale e di governance del territorio».
Di
fronte alla crisi generata da una economia del profitto e della
finanza speculativa e al senso di smarrimento generale che
avvertiamo, la comunità, le fabbriche del bene, la città dell’uomo,
la grande utopia inseguita da Adriano Olivetti sono da qualche anno
un faro per chi sostiene un’economia dal volto umano. Il
riconoscimento Unesco sarebbe la “certificazione” che tutto
questo rappresenta un patrimonio dell’umanità. Ma questo
ovviamente non basta. «Le sue erano idee troppo innovative, e per
questo aveva anche molti nemici che lo osteggiavano fortemente.
Quando è scomparso è stato anche dimenticato. Da qualche anno, con
la crisi che stiamo vivendo, c’è una riscoperta». Se chiediamo a
Laura Olivetti quale degli insegnamenti di suo padre si sente di
indicare come “inizio”, la risposta è un invito a guardarci
dentro, fino in fondo: «Mio padre ha fatto quello che ha fatto,
perché era una persona buona. Veramente buona. Può sembrare una
diminutio, ma è il cuore della sua testimonianza». Adriano
Olivetti era un testimone autentico e per questo oggi le sue idee
sono credibili. Le sue idee partivano da un animo nobile. «Ogni
esempio è irripetibile – continua –: Ivrea è Ivrea. Ma ci sono
altre realtà e imprese in Italia che operano con responsabilità
sociale e una straordinaria attenzione al territorio». Il sogno di
Olivetti può continuare.
(da
Avvenire del 1° agosto 2015)© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 27 luglio 2015
Fatica straniera e invisibile
L’ALTRO VOLTO,
ANCHE MORTALE, DELL’IMMIGRAZIONE
di Francesco
Riccardi
Sono l’altro
volto dell’immigrazione, quello che fatichiamo a vedere. Braccianti
sfruttati nei campi della Puglia, della Sicilia e perfino delle
Langhe piemontesi. Neri africani e marocchini, polacchi e romeni,
uomini e donne oggetto delle peggiori angherie nelle nostre campagne.
In questi giorni arroventati finiscono pure per morirne, schiantati
da caldo e fatica. Come Mohamed, sudanese di 47 anni, deceduto lunedì
mentre raccoglieva pomodori a Nardò, sotto il sole a picco, con una
bottiglia d’acqua già vuota a metà mattina. Quel lavoro, presso
una famiglia con qualche ettaro di terra, glielo aveva procurato un
suo connazionale, il caporale, oggi sotto inchiesta per omicidio
colposo assieme ai proprietari dell’azienda agricola.
Non certo un caso
isolato, quello di Mohamed. I lavoratori extra e neocomunitari
impiegati in maniera irregolare sono decine di migliaia, denunciano
da tempo i sindacati. E la gran parte di loro non sta nascosta in
qualche capannone isolato, ma piega la schiena alla luce del sole nei
campi e fra le serre del Mezzogiorno, del Centro e pure in alcune
zone del Nord. Uomini e donne pagati dai 2 ai 5 euro l’ora per
raccogliere quel che la terra dà a seconda della stagione. La sera,
poi, sono ancora più visibili, perché non hanno casa e occupano
tuguri di campagna – per il cui 'affitto' viene loro trattenuta una
parte della magra paga – o formano tendopoli sotto gli alberi.
Eppure fatichiamo a vederli, questi esseri umani. Ci sono interi
centri, in particolare al Sud, la cui economia è strutturalmente
basata sullo sfruttamento della manodopera straniera. Di solito
funziona così: c’è un proprietario che assume in maniera
'regolare' dei braccianti tutti rigorosamente italiani oppure forma
una (falsa) cooperativa. Poi, molti di questi nostri connazionali si
'trasformano' in disoccupati e incassano dall’Inps la relativa
indennità. Nei campi, con 40 gradi, vanno invece gli stranieri
raccolti e organizzati dai vari caporali. Paga in nero, nessun
diritto, orari dall’alba al tramonto. 'E zitti!' perché c’è il
caso di finire ammazzati a bastonate, come accaduto ad alcuni operai
polacchi qualche anno fa. Tolto il caldo da record, non c’è nulla
di nuovo – purtroppo – nei drammi che si consumano in questi
giorni nelle nostre campagne. Sono situazioni che la magistratura, le
forze dell’ordine, gli organi preposti ai controlli conoscono
benissimo. Che tutti noi conosciamo, in realtà. Soprattutto chi
abita nei piccoli paesi agricoli.
Solo che soffriamo
di questa strana, maledetta miopia. Vediamo bene, e giustamente ci
indigniamo, per gli stranieri tenuti a ciondolare nei centri
d’accoglienza senza aver nulla da fare. Ma gli altri, quelli che
stanno nei nostri campi e nelle nostre serre, non riusciamo proprio a
scorgerli. Non ci indignano, loro, neppure se muoiono sotto il sole.
Non valgono neanche un materasso da bruciare.
(da Avvenire
del 24 luglio 2015)© RIPRODUZIONE RISERVATA
giovedì 25 giugno 2015
Petizione ex C&C: a Bruxelles vince il buon senso
La petizione presentata due anni fa a Bruxelles per chiedere la bonifica della ex C&C di Pernumia resterà aperta perché il problema non è risolto.
È questo il risultato della discussione in Commissione Petizioni il 23 giugno, promossa dall’eurodeputata Eleonora Evi del Movimento 5 Stelle, che alcuni mesi fa ha avuto lo scrupolo di chiedere ai comitati un aggiornamento della situazione sul sito inquinato, evitando di fatto la chiusura inopportuna della pratica.
Un delegato del comitato SOS C&C e dell’Associazione LaVespa è infatti intervenuto a Bruxelles per denunciare il permanere della grave situazione, mostrando anche a video le impressionanti immagini della fabbrica dei veleni, ancora con tutte le sue 52.000 tonnellate di rifiuti tossico nocivi, a oltre dieci anni dal sequestro per ecomafia. Oltre all’eurodeputata Eleonora Evi, anche la spagnola Angela Vallina (Gruppo GUE) e la danese Margreta Auken (gruppo VERDI) hanno sostenuto la necessità che la petizione rimanga aperta finchè la questione non sarà completamente risolta.
Sconcertante e deludente è stato invece l’intervento dell’eurodeputata Elisabetta Gardini (gruppo PPE), padovana e membro della Commissione Petizioni, che si è battuta perché la petizione fosse chiusa in quanto a suo avviso è tutto sotto controllo, dimostrando di difendere forse settoriali logiche politiche ma non certo la salute dei cittadini e la salubrità del territorio.
A Bruxelles ha vinto il buonsenso, e ci auguriamo che questa vittoria serva ad accelerare i passi: ad utilizzare il milione e mezzo di euro assegnato dalla Regione Veneto lo scorso dicembre ma non ancora utilizzabile, e a dar vita all’auspicato tavolo tecnico con il Ministero dell’Ambiente per il reperimento di altri fondi. La petizione era stata presentata nel marzo del 2013 con il supporto dell’allora eurodeputato Andrea Zanoni (ora consigliere regionale) e il corredo di 2400 firme di cittadini del territorio.
Le autorità di Bruxelles durante l’inchiesta avevano ricevuto dalle autorità italiane, risposte “tranquillizzanti”, in particolare sul completamento delle analisi e sull’inizio dell’asporto dei rifiuti, tanto da indurre la Commissione a ritenere “risolto” il problema. Invece non c’è proprio nulla da stare tranquilli e quanto dichiarato dalle autorità italiane non corrisponde alla realtà dei fatti: intanto la caratterizzazione dell’area esterna (dove furono sepolti tonnellate di rifiuti senza alcuna precauzione), per la quale sono stanziati 200.000 euro ed esiste già il piano tecnico, non è mai stata effettuata. Inoltre, il primo asporto dei rifiuti, che ci auguriamo inizi presto, dopo la recentissima aggiudicazione della gara d’appalto per 224.000 euro, interesserà una massa di rifiuti stimabile intorno al 3-6%, assolutamente irrisoria se applicata alle 52.000 tonnellate di rifiuti pericolosi ammassati nell'edificio.
Si può visionare la discussione in commissione al link http://www.europarl.europa.eu/activities/committees/homeCom.do?language=EN&body=PETI
oppure cercando PETI, 23 giugno, lavori 16,00-18,00.
Altre info sulla ex C&C su: www.comitatososcec.altervista.org - www.lavespa.org
È questo il risultato della discussione in Commissione Petizioni il 23 giugno, promossa dall’eurodeputata Eleonora Evi del Movimento 5 Stelle, che alcuni mesi fa ha avuto lo scrupolo di chiedere ai comitati un aggiornamento della situazione sul sito inquinato, evitando di fatto la chiusura inopportuna della pratica.
Un delegato del comitato SOS C&C e dell’Associazione LaVespa è infatti intervenuto a Bruxelles per denunciare il permanere della grave situazione, mostrando anche a video le impressionanti immagini della fabbrica dei veleni, ancora con tutte le sue 52.000 tonnellate di rifiuti tossico nocivi, a oltre dieci anni dal sequestro per ecomafia. Oltre all’eurodeputata Eleonora Evi, anche la spagnola Angela Vallina (Gruppo GUE) e la danese Margreta Auken (gruppo VERDI) hanno sostenuto la necessità che la petizione rimanga aperta finchè la questione non sarà completamente risolta.
Sconcertante e deludente è stato invece l’intervento dell’eurodeputata Elisabetta Gardini (gruppo PPE), padovana e membro della Commissione Petizioni, che si è battuta perché la petizione fosse chiusa in quanto a suo avviso è tutto sotto controllo, dimostrando di difendere forse settoriali logiche politiche ma non certo la salute dei cittadini e la salubrità del territorio.
A Bruxelles ha vinto il buonsenso, e ci auguriamo che questa vittoria serva ad accelerare i passi: ad utilizzare il milione e mezzo di euro assegnato dalla Regione Veneto lo scorso dicembre ma non ancora utilizzabile, e a dar vita all’auspicato tavolo tecnico con il Ministero dell’Ambiente per il reperimento di altri fondi. La petizione era stata presentata nel marzo del 2013 con il supporto dell’allora eurodeputato Andrea Zanoni (ora consigliere regionale) e il corredo di 2400 firme di cittadini del territorio.
Le autorità di Bruxelles durante l’inchiesta avevano ricevuto dalle autorità italiane, risposte “tranquillizzanti”, in particolare sul completamento delle analisi e sull’inizio dell’asporto dei rifiuti, tanto da indurre la Commissione a ritenere “risolto” il problema. Invece non c’è proprio nulla da stare tranquilli e quanto dichiarato dalle autorità italiane non corrisponde alla realtà dei fatti: intanto la caratterizzazione dell’area esterna (dove furono sepolti tonnellate di rifiuti senza alcuna precauzione), per la quale sono stanziati 200.000 euro ed esiste già il piano tecnico, non è mai stata effettuata. Inoltre, il primo asporto dei rifiuti, che ci auguriamo inizi presto, dopo la recentissima aggiudicazione della gara d’appalto per 224.000 euro, interesserà una massa di rifiuti stimabile intorno al 3-6%, assolutamente irrisoria se applicata alle 52.000 tonnellate di rifiuti pericolosi ammassati nell'edificio.
Si può visionare la discussione in commissione al link http://www.europarl.europa.eu/activities/committees/homeCom.do?language=EN&body=PETI
oppure cercando PETI, 23 giugno, lavori 16,00-18,00.
Altre info sulla ex C&C su: www.comitatososcec.altervista.org - www.lavespa.org
mercoledì 17 giugno 2015
I cittadini a Bruxelles per la ex C&C
Filippo Zodio, in rappresentanza dell'associazione LaVespa e del comitato SOS C&C, si recherà alla Commissione Petizioni a Bruxelles il prossimo 23 giugno per supportare la petizione presentata dai cittadini due anni fa. Sarà accompagnato dall'eurodeputata Eleonora Evi del Movimento 5 Stelle che ha avuto lo scrupolo di chiedere ai cittadini un aggiornamento sulla situazione del sito inquinato di Pernumia, evitando una chiusura affrettata della petizione stessa. Grazie a lei ora i cittadini possono dire alla Commissione europea come stanno effettivamente le cose e chiedere che la pratica rimanga aperta.
La petizione era stata presentata nel marzo del 2013 con il supporto dell’allora eurodeputato Andrea Zanoni (ora consigliere regionale) e il corredo di 2400 firme di cittadini del territorio, per chiedere la bonifica di quest’area inquinata collocata in un contesto fortemente antropizzato e a rischio idrogeologico. Le autorità di Bruxelles hanno svolto la loro inchiesta, ricevendo dalle autorità italiane risposte “tranquillizzanti”, in particolare sul completamento delle analisi e sull’inizio dell’asporto dei rifiuti, tanto da indurre la commissione europea a ritenere “risolto” il problema.
Invece non c’è proprio nulla da stare tranquilli e quanto dichiarato dalle autorità italiane non corrisponde alla realtà dei fatti. Intanto la caratterizzazione dell’area esterna (dove erano stati sepolti tonnellate di rifiuti senza alcuna precauzione), per la quale sono stati stanziati 200.000 euro nel 2007 ed esiste già il piano tecnico, non è mai stata effettuata. Inoltre, il primo asporto dei rifiuti, che ci auguriamo inizi presto, dopo la recentissima aggiudicazione della gara d’appalto per 224.000 euro, interesserà una massa di rifiuti stimabile intorno al 3-6%, assolutamente irrisoria se applicata alle 52.000 tonnellate di rifiuti pericolosi ammassati nell'edificio.
A distanza di oltre 10 anni, gli unici interventi eseguiti con i 500.000 euro assegnati dalla Regione Veneto hanno riguardato la chiusura delle falle di pareti e tetto, che rimangono alquanto precarie.
Il problema della ex C&C è dunque tutt'altro che risolto ed è necessario che le autorità, a tutti i livelli, si impegnino per affrontarlo in modo definitivo.
Si potrà seguire la discussione in commissione in webstream cliccando sul seguente link:
http://www.europarl.europa.eu/ activities/committees/homeCom. do?language=EN&body=PETI in diretta o in differita il giorno successivo.
Associazione LaVespa
Comitato SOS C&C
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