"io decido X Albignasego" è il nome del movimento civico che vuol dare la parola ai cittadini di Albignasego, comune della provincia di Padova ... e non solo!

mercoledì 29 maggio 2013

Come sarà la SCUOLA DEL FUTURO?

Ricevo e pubblico una bella ed interessante missiva che arriva dalla firma in calce al presente post.

Cari Genitori,

il mondo intero, dalla Cina agli USA, sta considerando come ricostruire il sistema scolastico in una nuova era totalmente diversa da quando, nell'800, la quasi totalità delle persone era analfabeta e le scuole furono concepite sul modello delle caserme.

Vi allego l'articolo "LA SCUOLA DEL FUTURO", pubblicato sulla rivista l'Internazionale del 10 maggio u.s., scritto dal saggista e docente universitario tedesco Richard D. Precht.

Vi trascrivo alcuni passaggi mentre lascio a voi leggere l'intero articolo:

Le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo e dell'apprendimento ci permettono (oggi) di parlare di "un'istruzione adatta al cervello" che detti le regole del gioco dell'apprendimento sostenibile.

La scuola del futuro rinuncerà alle classi divise per età che costringono tutti a imparare allo stesso ritmo (...) più importante dell'età sono gli interessi simili che si possono organizzare in gruppi di studio.

Oggi quasi tutti gli edifici scolastici somigliano a ospedali o caserme (...) la scuola moderna fonda la sua architettura sulle esigenze degli esseri umani.

Il sistema dei voti risale a un'epoca di ignoranza in campo psicologico e pedagogico.

Per il mondo del lavoro le pagelle con i voti non hanno alcun significato.

Nell'interesse dei nostri figli e dei nostri insegnanti vale la pena battersi affinché la politica dell'istruzione smetta di concentrarsi sul presente e si indirizzi finalmente e coerentemente verso il futuro.

A VOI LE VOSTRE RIFLESSIONI!

Vi saluto cordialmente!


Arrigo Speziali-Direttore Didattico
Associazione Culturale Linguistica Educational
Via Roma, 54
18038 San Remo (IM)

Tel: 0184 506070
Email: speziali@acle.it
Website:  www.acle.it

"Prima ti ignoreranno! Poi ti derideranno! Poi ti combatteranno! E alla fine tu vincerai!!!" (Gandhi)

domenica 26 maggio 2013

Quorum zero: verso la democrazia diretta con una proposta di legge di iniziativa popolare

Alla Camera la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare “Quorum Zero e Più Democrazia”: sostegno dal M5S, per ora silenzio dagli altri partiti. Tra le misure l'abolizione del quorum e la possibilità di far scegliere ai cittadini quanto pagare i parlamentari.
 
Il 22 maggio scorso è stata presentata, alla Camera dei Deputati la proposta di legge di iniziativa popolare “Quorum Zero e Più Democrazia”, con la partecipazione dei membri del comitato promotore Gianni Ceri, Dario Rinco ed Emanuele Sarto, nonché del capogruppo al Senato della Repubblica per il Movimento 5 Stelle Vito Crimi. Si tratta di una proposta che ha “l'obiettivo di modificare alcuni articoli della Costituzione e di introdurne nuovi, per migliorare gli strumenti di democrazia diretta già utilizzati in altre nazioni“. Per farlo è stato messo nero su bianco un progetto estremamente articolato, sottoposto alla valutazione dei cittadini che fino al 17 luglio 2012 hanno avuto la possibilità di apporre la propria firma presso gli uffici di alcuni Comuni (l'elenco parziale è riportato qui). Sul sito ufficiale dell'iniziativa è presente una sintesi per punti del testo presentato, tra cui spiccano certamente alcuni passaggi:
  • Abolizione del quorum dai referendum.
  • Mandato e Revoca (permette agli elettori di allontanare e sostituire un amministratore eletto, sia a livello locale che statale).
  • Indennità dei membri del parlamento (sono gli elettori, in fase di consultazione ad indicare quanto percepiranno i parlamentari che li rappresentano).
  • Referendum confermativo e obbligatorio (chiediamo che ogni legge elaborata dal parlamento se i cittadini lo desiderano, con regole precise e un adeguato numero di firme, possa essere posta a votazione di tutta la cittadinanza).
  • Promulgazioni leggi e risultati referendum (si propone di impedire che una legge abrogata con referendum confermativo possa essere ripresentata prima di 5 anni).
  • Spazi pubblici gratuiti per la discussione delle iniziative e referendum.
L'iniziativa del Comitato, che si dichiara “apartitico” e parte da una serie di associazioni e di gruppi sui territori, ha ricevuto il sostegno del Movimento 5 Stelle, esplicitato da Vito Crimi nel corso della conferenza stampa: “Appoggiamo la legge d’iniziativa popolare ‘Quorum zero’ e faremo in modo che possa essere discussa in Parlamento il più presto possibile. Mai una legge di iniziativa popolare costituzionale è arrivata a compimento“. È chiaro che, come anticipato nel corso di una conferenza stampa in cui non sono mancati toni polemici nei confronti di giornalisti “disattenti”, il percorso resta lungo e tortuoso, dal momento che si rendono necessarie modifiche all'assetto costituzionale. Tuttavia, come notano i promotori, lo stesso ministro per le Riforme Quagliariello ha sottolineato recentemente che è necessario rivedere “gli strumenti di democrazia diretta, al fine di favorire una più intensa e più responsabile partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione“. Insomma, se la strada resta lunga e complessa (al di là della possibile presentazione alle Camere di un Odg che recepisca le proposte del Comitato), la “volontà politica” di recepire le istanze per il superamento/miglioramento dell'attuale forma di democrazia rappresentativa e la predisposizione ad impostare strumenti di democrazia diretta possono essere i primi passi essenziali per ricucire quello strappo tra cittadini, politica ed istituzioni che da anni tiene in scacco il Paese.

Contenuto liberamente estratto (con modifiche) dall'articolo pubblicato sul sito:
http://www.fanpage.it/quorum-zero-verso-la-democrazia-diretta-con-una-proposta-di-legge-di-iniziativa-popolare/

mercoledì 22 maggio 2013

Nasce la SEC: Scuola di Economia Civile




Il testo dell’intervista di Massimo Calvi al prof. Zamagni su Avvenire del 17.05.2013

La crisi dimostra il fallimento dei modelli economici che hanno dominato negli ultimi decenni e prova che è ormai necessario riscrivere i manuali di economia. C’è un contesto nuovo ed è il modello dell’economia civile di mercato ciò a cui dobbiamo guardare». L’economista Stefano Zamagni è stato tra i primi in Italia a riscoprire il valore e la modernità di quella che nel ’700 Antonio Genovesi battezzava col nome di "economia civile", attualizzando l’idea che l’homo oeconomicus si debba nutrire anche di relazioni, motivazioni, fiducia, e che l’attività economica abbia bisogno di virtù civili, di tendere al bene comune più che alla ricerca di soddisfazioni individuali. Concetti verso i quali sta crescendo l’attenzione in tutto il mondo, e che risuonano nelle parole pronunciate ieri da Papa Francesco sulla tirannia del denaro come dato di questa crisi finanziaria, caratterizzata dal rifiuto dell’etica e della solidarietà, dalla negazione del primato dell’uomo. Ora i princìpi di un nuovo possibile modo di agire nel mercato, nel rispetto della persona umana, potranno essere diffusi in modo più strutturato grazie alla nascita di una scuola dedicata, la «Sec - Scuola di economia civile», che si celebra domenica a Incisa Valdarno (Firenze), e della quale Zamagni è presidente del comitato scientifico d’indirizzo.

Professore, perché oggi c’è bisogno di ripartire guardando all’economia civile?

Il dato di partenza è la crisi del modello neoliberista teorizzato che ha dominato negli ultimi 50 anni. È una visione che dicotomizza la società, definendo il mercato come il luogo dell’utilitarismo e lasciando ad altri ambiti della vita sociale questioni come l’altruismo e la filantropia.. Un modello che rappresenta il massimo dell’irresponsabilità. Ma anche l’economia sociale di mercato di marca tedesca, dove lo Stato supplisce ai limiti del libero mercato, è entrato in crisi: può funzionare per la Germania, ma non per altri Paesi, come stiamo vedendo in Italia, in Gran Bretagna o altrove.

Cosa si intende per economia civile, e in che cosa supera altri modelli?

L’economia civile non contrappone Stato e mercato o mercato e società civile, cioè non prevede codici differenti di azione, ma in linea con la Dottrina sociale della Chiesa punta a unirli. Inoltre teorizza che anche nella normale attività di impresa vi debba essere spazio per concetti come reciprocità, rispetto della persona, simpatia. Oggi invece si ritiene ancora che l’impresa possa operare nel mercato come meglio crede, o non rispettare in pieno la dignità dei lavoratori, e poi magari fare della filantropia oppure concedere in cambio il nido per i figli dei dipendenti. Ecco, non dovrebbe funzionare così. Un altro aspetto riguarda la società civile organizzata – cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, fondazioni – che non viene confinata al ruolo di soggetto incaricato di ridistribuire il sovrappiù, come in altri sistemi economici, ma è valorizzata come soggetto economico vero e proprio, messa al lavoro.

A proposito di lavoro, quali risposte si possono dare di fronte a una realtà che presenta situazione drammatiche, in particolare per i giovani?
Sappiamo che il capitalismo oggi non riesce a occupare più dell’80% della forza lavoro. Il problema è che cosa fare con l’altro 20%. Li abbandoniamo condannandoli alla precarietà eterna, oppure concediamo sussidi che in ogni caso prima o poi finiscono? La risposta degli economisti civili è diversa e porta a considerare forme di impresa, come ad esempio le cooperative sociali, alle quali affidare il compito di garantire la piena occupazione del sistema, orientandole sull’offerta di beni comuni, beni pubblici e beni relazionali.

Questo vuol dire che la società civile diventa protagonista di un nuovo modello di Stato sociale?

Sì, perché tanto il modello neoliberista quanto quello socialdemocratico di welfare non funzionano più. Il primo non assicura l’universalità dello Stato sociale, l’altro non garantisce la qualità. La soluzione è il welfare civile, fondato sul principio di sussidiarietà circolare, cioè sulla collaborazione tra tre soggetti: ente pubblico, imprese e società civile (o Terzo settore). Una risposta efficace ai vincoli di bilancio. Non è una questione di principio, ma una necessità. È un approccio anti-ideologico, un’idea nuova di economia e di società. Anche la Gran Bretagna, con la Big Society, sta guardando a questa soluzione. Che appartiene già alla realtà e alla tradizione italiana. Si tratta solo di riscoprirla e valorizzarla. La Scuola nasce per questo.

A chi si rivolge la Scuola di economia civile?

A manager e imprenditori che desiderano cambiare il modo di fare impresa o ai giovani stanchi di studiare una teoria economica che fa acqua da tutte le parti. E poi agli amministratori locali interessati a trovare nuove strade per coniugare la carenza di risorse con la necessità di offrire servizi di qualità a tutta la popolazione. L’attività partirà dall’autunno, al progetto hanno già aderito una quarantina di accademici in tutta Italia. L’ambizione è aprire una nuova stagione del pensiero economico.

Massimo Calvi

mercoledì 8 maggio 2013

Ue apre un'indagine sulla fabbrica dei veleni di Pernumia (PD)

Comunicato stampa del 6 maggio 2013

L'Ue apre un'indagine sulla fabbrica dei veleni di Pernumia (PD)

La Commissione europea chiede informazioni sulla bonifica della ex C&C. E' la risposta del Commissario Ue all'Ambiente all'eurodeputato Andrea Zanoni. “Da anni l'inerzia delle autorità locali mette a repentaglio l'ambiente e la salute dei cittadini della zona”.

“La Commissione chiederà alle autorità italiane di fornire ulteriori informazioni, compreso sulle eventuali misure che intendono adottare per risolvere il problema cui si fa riferimento nell’interrogazione” sullo stoccaggio abusivo e scriteriato di rifiuti speciali pericolosi nel fatiscente complesso di edifici di un'ex impresa a Pernumia (PD). E' la risposta del Commissario Ue all'Ambiente Janez Potočnik all'interrogazione presentata da Andrea Zanoni, eurodeputato ALDE e membro della commissione ENVI Ambiente, Salute Pubblica e Sicurezza Alimentare al Parlamento europeo. “Adesso vediamo se, grazie all'indagine che la Commissione sta per aprire, le autorità locali faranno finalmente la scelta responsabile di mettere una volta per tutte in sicurezza l'area nell'interesse sia dell'ambiente che della salute degli abitanti della zona”.

Zanoni aveva denunciato in Europa i dubbi sul rispetto della normativa comunitaria in materia di rifiuti, discariche, acqua e aria, da parte delleautorità locali nella gestione dello smantellamento della fabbrica di veleni a Pernumia (PD). “Per anni la fabbrica C&C di Pernumia ha giocato sulla pelle dei cittadini. Adesso il suo stato attuale di totale abbandono e il mancato intervento delle autorità rischiano di far traboccare il vaso”.

Il 20 marzo scorso l'eurodeputato ha accompagnato i membri del Comitato Popolare SOS C&C nella consegna della petizione (2.400 firme) contro la discarica rifiuti tossici di Pernumia in commissione PETI Petizioni al Parlamento europeo di Bruxelles (FOTO). Il 15 febbraio precedente, Zanoni aveva incontrato i membri del Comitato durante un sopralluogo alla fabbrica dei veleni (VIDEO).

“A Pernumia si trovano i fabbricati fatiscenti della ex C&C, impresa ora cessata, dedita in passato allo svolgimento di attività di recupero di scarti industriali, ma successivamente implicata in un traffico illecito di rifiuti tossici, vicenda che ha portato al sequestro dell’intera area nel 2005”, spiega Zanoni. “Da allora non è stato fatto molto, sono tutt’oggi stivate in modo incontrollato e non autorizzato 52.000 tonnellate di fanghi pericolosi, contenenti idrocarburi e metalli pesanti di vario genere. Purtroppo, ancora una volta, ci vuole l'intervento dell'Europa per spingere le autorità locali italiane ad agire per tutelare la salute dei cittadini”.

BACKGROUND

Gli edifici della ex C&C versano in uno stato di totale abbandono e degrado, presentando numerose aperture nel tetto (in amianto) e nella struttura portante che consentono al materiale tossico di disperdersi nell’ambiente circostante grazie all’azione di vento e pioggia, compiendo, quindi, un’incessante attività di contaminazione ambientale.

La struttura è ubicata in un’area sita a ridosso di una ZPS e rischia di contaminare direttamente i territori di ben tre comuni della provincia di Padova (Pernumia, Battaglia Terme e Due Carrare), con zone residenziali e zone agricole di pregio (radicchio bianco di Maserà, radicchio variegato di Castelfranco IGP). Inoltre dista appena trenta metri dal canale Vigenzone (utilizzato per l’irrigazione) e si trova in prossimità del bacino delle Terme Euganee (il più esteso d’Europa) e di alcune “ville venete”, edifici di alto valore storico e culturale (di grande interesse turistico).

L’area è a rischio di incendio (principio di incendio già accaduto nel 2007), di alluvione (rischio sfiorato nel 2010 e 2011), di subire trombe d’aria (eventi importanti si sono verificati in zona limitrofa nel 2010 e 2012) e di terremoto (visti gli eventi sismici che hanno colpito la vicina regione dell’Emilia Romagna nel 2012), accadimenti che sicuramente porterebbero a una massiccia dispersione nell’ambiente dei rifiuti tossici così approssimativamente stoccati.

Andrea Zanoni, deputato al Parlamento europeo

www.andreazanoni.it

martedì 30 aprile 2013

Siamo nel bel mezzo della I Guerra Globale

Vi domanderete: "ma cosa vai farneticando" ...
A mia parziale giustificazione riporto alcuni brani del discorso per la fiducia del Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato Enrico Letta. Ho evidenziato in neretto le parole che indicano l'eccezionalità e la drammaticità del momento storico.

"Quella del presidente Napolitano è stata – lo sappiamo – una “scelta eccezionale”. Eccezionale perché tale è il momento che l’Italia e l’Europa si trovano a vivere oggi. Di fronte all’emergenza il presidente della Repubblica ci ha invitato a parlare il linguaggio della verità. Ci ha chiesto di offrire in extremis, al Paese e al mondo, una testimonianza di volontà di servizio e senso di responsabilità. Ci ha concesso un’ultima opportunità. L’opportunità di dimostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione. Degni di servire il Paese – attraverso l’esempio, il rigore, le competenze – in una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria. Accogliendo il suo appello intendo rivolgermi a voi proprio con il linguaggio “sovversivo” della verità. Confessandovi che avverto fortissimi, in questo momento, la consapevolezza dei miei limiti e il peso della mia personale responsabilità, ma impegnandomi a fare di tutto affinché le mie spalle siano larghe e solide al punto da reggere le vesti di Presidente del Consiglio di un Governo che richiede, qui e oggi, la fiducia del Parlamento.

La prima verità è che la situazione economica dell’Italia è ancora grave. Abbiamo accumulato in passato un debito pubblico che grava come una macina sulle generazioni presenti e future, e che rischia di schiacciare per sempre le prospettive economiche del Paese. Il grande sforzo di risanamento compiuto dal precedente Governo, guidato dal senatore Mario Monti, è stato premessa della crescita in quanto la disciplina della finanza pubblica era e resta indispensabile per contenere i tassi di interesse e sventare possibili attacchi finanziari.

L’Europa è in crisi di legittimità ed efficacia proprio quando tutti i Paesi membri e tutti i cittadini ne hanno più bisogno. L’Europa può tornare ad essere motore di sviluppo sostenibile – e quindi di speranza e di costruzione di futuro – solo se finalmente si apre. Il destino di tutto il continente è strettamente legato. Non ci possono essere vincitori e vinti se l’Europa fallisce questa prova. Saremmo tutti perdenti: sia nel Sud che nel Nord del continente.

Di solo risanamento l’Italia muore. Dopo più di un decennio senza crescita le politiche per la ripresa non possono più attendere. Semplicemente: non c’è più tempo. Tanti cittadini e troppe famiglie sono in preda alla disperazione e allo scoramento. Pensiamo alla vulnerabilità individuale che nel disagio e nel vuoto di speranze rischia di tramutarsi in rabbia e in conflitto, come ci ricorda lo sconcertante fatto avvenuto ieri stesso dinanzi a Palazzo Chigi.

Senza crescita e coesione l’Italia è perduta. Il Paese, invece, può farcela. Ma per farcela deve ripartire. E per ripartire tutti devono essere motori di questa nuova energia positiva. L’architrave dell’esecutivo sarà l’impegno a essere seri e credibili sul risanamento e la tenuta dei conti pubblici. Basta coi debiti che troppe volte il nostro Paese ha scaricato sulle spalle e la vita delle generazioni successive. Quelle nuove, di generazioni, hanno imparato sulla propria pelle e non faranno lo stesso con i propri figli.

La ripresa ritornerà anche se i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi e al merito delle decisioni della giustizia italiana. E tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell’uomo. Ricordiamoci sempre che siamo il paese di Cesare Beccaria!

Quello generazionale non è certo solo un tema attinente al rinnovamento della classe dirigente, come troppo spesso emerge nel dibattito pubblico. È una questione drammatica che scontano sulla propria pelle milioni di giovani. Segnala bassi tassi di istruzione e di occupazione, porta con sé lo sconforto, e anche la rabbia, di chi non studia né lavora. Chiediamoci quanti bambini non nascono ogni anno, in Italia, per la precarietà che limita le scelte delle famiglie giovani. Non è solo demografia, è una ferita morale. Perché non devono esistere generazioni perdute, perché solo i giovani possono ricostruire questo Paese: le loro nuove esperienze e competenze ci raccontano un mondo che cambia, il loro mondo. Rinunciare ad investire su di loro è un suicidio economico. Ed è la certezza di decrescita, la più infelice.

L’intraprendenza dei giovani e la bellezza dei territori sono d’altra parte due risorse cruciali per il Mezzogiorno. In entrambi i casi un patrimonio dissipato, un giacimento inutilizzato di potenzialità. Dobbiamo mettere in condizione il Sud di crescere da solo, annullando i divari infrastrutturali e di ordine pubblico che l’hanno frenato, puntando sulle nuove imprese, in particolare le industrie culturali e creative, e sulla buona gestione dei fondi europei, come quella che ha caratterizzato l’operato del governo Monti.

Dobbiamo, soprattutto, evitare di continuare a mettere la testa sotto la sabbia come struzzi e riconoscere che il divario tra Nord e Sud del Paese è non un accidente storico o una condanna, ma il prodotto di decenni di inadempienze da parte delle classi dirigenti, a livello nazionale come a livello locale. E’ il risultato dell’azione della criminalità organizzata che, certo presente anche nel resto del Paese – in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e quasi militare del territorio. E questo nonostante lo spirito di servizio e il sacrificio di tanti servitori dello Stato – magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine anzitutto – che troppo spesso abbiamo avuto la responsabilità di lasciare soli.

Ma permettetemi di soffermarmi un attimo sulla grande tragedia di questi tempi che d’altronde al Sud tocca punte di desolazione e allarme sociale: la questione del lavoro. È e sarà la prima priorità del mio governo. Solo col lavoro si può uscire da quest’incubo di impoverimento e imboccare la via di una crescita non fine a se stessa, ma volta a superare le ingiustizie e riportare dignità e benessere. Senza crescita, anche gli interventi di urgenza su cui ci siamo impegnati e che qui ribadisco – rifinanziamento delle casse integrazioni in deroga, superamento del precariato anche nella pubblica amministrazione – sarebbero insufficienti. In particolare, con i lavoratori esodati la comunità nazionale ha rotto un patto, e la soluzione strutturale di questo tema è un impegno prioritario di questo Governo.

Sicuramente è e deve essere un’eccezione la convergenza di forze politiche che si sono presentate come alternative alle elezioni. Ma è eccezionale che dalle urne, anche a causa della legge elettorale, non sia uscita alcuna maggioranza; è eccezionale l’emergenza economica che il governo dovrà affrontare; è eccezionale il fatto che sia necessario riscrivere alcune regole costituzionali. Credo quindi che le forze politiche che sostengono il governo stiano dimostrando un grande senso di responsabilità e di attaccamento alle istituzioni. Vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta, sempre più esausta, delle risse inconcludenti. Ho imparato da Nino Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni, e politiche, intese come soluzioni concrete ai problemi comuni. Se in questo momento ci concentriamo sulla politica, le nostre differenze ci immobilizzeranno. Se invece ci concentriamo sulle politiche, allora potremo svolgere un servizio al paese migliorando la vita dei cittadini.

Vedo oggi una via stretta, ma possibile, per una riforma anche radicale del sistema istituzionale e del sistema politico. Un imperativo deve essere chiaro a tutti noi fin dal primo momento: in questa materia negli ultimi decenni abbiamo assistito troppe volte all’avvio di percorsi riformatori che si presentavano come risolutori, che nelle intenzioni anche sincere di chi li proponeva, promettevano di regalarci istituzioni più efficienti e capaci di decidere, oltre che maggiormente vicine ai cittadini, e che invece si sono infranti contro veti reciproci, chiusure partigiane, prese di posizione strumentali e contrapposizioni dannose nonostante i reiterati richiami del Presidente della Repubblica.

L’Europa non è il passato, è il viaggio nel quale ci siamo imbarcati per arrivare nel futuro. L’Europa è lo spazio politico con cui rilanciare la speranza che ha animato la nostra società nella ricostruzione del dopoguerra. È lo spazio politico con cui mettere fine a questa guerra di stereotipi, di sfiducia e di timidezza, mentre la tragedia della disoccupazione giovanile mette un’intera generazione in trincea. L’Europa esiste solo al presente e al futuro, solo se alla storia scritta dai nonni e dai padri si affiancano le azioni dei figli e dei nipoti.

domenica 28 aprile 2013

Radio Vaticana intervista il Prof. Baggio sulla rielezione di Napolitano

In Italia, dopo le consultazioni di ieri per la formazione del nuovo governo, il Paese attende ora una svolta politica dopo il fortissimo richiamo lanciato dal capo di Stato ai partiti durante il suo discorso lunedì pomeriggio in occasione del giuramento davanti alle Camere riunite. Ascoltiamo in proposito il prof. Antonio Maria Baggio, docente di Filosofia politica presso l’Università Sophìa di Loppiano, al microfono di Fabio Colagrande:RealAudioMP3

R. - Io credo che passerà alla storia questo richiamo del presidente alla realtà, perché di questo, in effetti, si è trattato! Ha detto: “Dobbiamo partire dalla realtà delle cose”. La realtà delle cose è che tutti i partiti hanno chiesto il voto e nessuno ne ha ottenuti abbastanza per governare. La necessità di intese per fare il governo si doveva constatare, ravvisare fin dall’inizio ma – sostanzialmente – dice ai partiti: “Vi siete dimenticati di come si fa politica: la politica si fa mettendosi insieme, con contrasti ma anche con chiarimenti e con alleanze. E invece, negli ultimi 20 anni c’è stata una tale contrapposizione, un tale odio in politica che vi siete dimenticati come si fa politica”. Ha anche ricordato ai parlamentari che non sono i “servi” di un partito, non sono gli “scrivani” di una volontà popolare dettata da internet, ma sono depositari della volontà popolare.

D. – Perché siamo arrivati a questa degenerazione? Perché i parlamentari preferiscono fare gli interessi delle proprie fazioni, piuttosto che quelli del Paese, secondo lei?

R. – Sono cooptati e non sono eletti, quindi in realtà non hanno più un rapporto vitale con il “sovrano”, che è l’insieme dei cittadini, ma devono rispondere a quel “padrone”, a quel partito padronale che ormai li sceglie. Si sono istaurati in sostanza rapporti privati in sostituzione dei rapporti pubblici: questa è una degenerazione grave e ha portato con sé dei disastri. Il presidente Napolitano, nell’elenco delle cose urgenti da fare, ha detto: “C’è stata una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”. Quali sono le conseguenze? E ha fatto l’elenco; e la parte positiva di questo elenco sono le cose che invece vanno fatte a partire da subito. È interessante che il primo punto posto dal presidente è la riforma delle istituzioni, significativamente messa insieme ad un rinnovamento della politica e ad una riforma dei partiti stessi. Quindi, è un nucleo di cose collegate tra loro che deve cambiare: la legge elettorale, per consentire di governare stabilmente; i partiti nella forma e nello stile di politica, nella facilità di partecipazione, e la politica nel suo insieme. Il fenomeno dirompente che abbiamo vissuto, quello dell’emergere del Movimento 5 Stelle, regge perché ha degli obiettivi che sono obiettivi di cittadinanza, che tutti dobbiamo condividere e quindi vanno applicati: quelli che parlano di trasparenza della politica, di misura delle spese … In questa maniera, anche il movimento di Grillo vedrebbe realizzate alcune richieste “di rottura”, e potrebbe strutturarsi con una forma più costruttiva su altri punti.

D. – Il presidente ha anche detto che non è possibile nessuna auto-indulgenza rispetto ai forti richiami che lui ha lanciato e molti hanno sottolineato in maniera critica i frequenti applausi che hanno spezzettato il suo discorso. Erano un pochino stonati?

R. – Parlava appunto di indulgenza quando è stato applaudito: è stato interrotto continuamente da applausi. Anch’io sono stato tra coloro che si sono sentiti infastiditi, perché mi è sembrato di vedere una dimensione patologica: una massa di persone che si è dimostrata incapace di scegliere un presidente della Repubblica, per questi legami perversi con i partiti; quindi, gente che aveva dimostrato la propria impotenza, d’improvviso - identificandosi con un presidente che è il “buono”, che è il presidente che porta l’onore - cerca di riscattarsi in qualche modo. Questo è un effetto ricorrente in politica: nei decenni passati, nei momenti più critici, la Democrazia Cristiana si affidava a uomini come Moro, come Zaccagnini che – per la loro onestà e capacità politica – coprivano un po’ tutto il partito. Questi effetti di copertura – che sono opera generalmente di mediocri e di pavidi – il presidente li ha stigmatizzati, dicendo: “Gente così non può fare il bene del Paese”.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/Articolo.asp?c=685660 del sito Radio Vaticana

Papa Francesco: La Chiesa è una storia d'amore

CITTA' DEL VATICANO, 24 Aprile 2013 (Zenit.org)

Nelle Messe mattutine nella Domus Sanctae Marthae, Papa Francesco dà il meglio di sé. Oltre alle celebri “frasi ad effetto” e le caratteristiche metafore tanto amate e citate dai giornalisti, il Pontefice dona ogni giorno, in pillole, una precisa visione di ciò che la Chiesa di cui è capo dovrebbe essere e fare.

Il messaggio dell’omelia di questa mattina era più chiaro che mai: “La Chiesa non è un’ong", ma è "una storia di amore”. È curioso pensare che queste parole il Papa le abbia pronunciate davanti ad alcuni dipendenti dello Ior. Tanto che lo stesso Pontefice ha detto loro: “Scusatemi, eh!... Tutto è necessario, gli uffici sono necessari … eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore”. “Quando l’organizzazione prende il primo posto – ha infatti sottolineato - l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada”.

Per spiegare tale concetto, il Santo Padre è partito dalle letture del giorno che raccontavano le vicende della prima comunità cristiana che vede sempre più crescere il numero dei suoi discepoli. Un aspetto positivo, che diventa negativo – ha detto il Papa - nel momento in cui spinge a fare “patti” per avere ancora “più soci in questa impresa”.

La strada che Gesù ha voluto per la sua Chiesa è invece un’altra, ha sottolineato il Santo Padre: “la strada delle difficoltà, la strada della Croce, la strada delle persecuzioni... E questo ci fa pensare: ma cosa è questa Chiesa? Questa nostra Chiesa, perché sembra che non sia un’impresa umana”.

“Non sono i discepoli a fare la Chiesa – ha aggiunto - loro sono degli inviati, inviati da Gesù”, inviato a Sua volta dal Padre. Ed è proprio “nel cuore del Padre” che incomincia questa idea della Chiesa: “Non so se ha avuto un’idea il Padre  – ha detto Bergoglio - il Padre ha avuto amore e ha incominciato questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita”.

“Noi, donne e uomini di Chiesa – ha proseguito - siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa”.

E’ la strada dell’amore, infatti, l’unica via che la Chiesa può percorrere e dove può fortificarsi. Essa “non cresce con la forza umana”: è stato questo l’errore di molti cristiani nel corso dei secoliche “hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione”. E anche noi oggi “impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore”. Una storia che cresce “come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, senza rumore” come disse Gesù Cristo.

La Chiesa, quindi, cresce “dal basso, lentamente” ha sottolineato il Santo Padre, e quando “vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong...”.

Quindi cos’è la Chiesa nel concreto? “E’ Madre” ha affermato papa Bergoglio: “Ci sono tante mamme in questa Messa. Che sentite voi, se qualcuno dice: ‘Ma lei è un’organizzatrice della sua casa’? ‘No: io sono la mamma!’”.

La Chiesa dunque non è un’organizzazione - ha ribadito - non cresce “con i militari”, ma con la forza dello Spirito Santo. E noi, ha soggiunto, “tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra Madre”. Papa Francesco, come ogni giorno al termine della Messa, ha infine elevato una preghiera a Maria, madre di Dio e madre nostra, affinché “ci dia la grazia della gioia, della gioia spirituale di camminare in questa storia d’amore”.