"io decido X Albignasego" è il nome del movimento civico che vuol dare la parola ai cittadini di Albignasego, comune della provincia di Padova ... e non solo!

giovedì 3 aprile 2014

Eni: per Scaroni rinnovo o buonuscita?

Il Premier dovrà decidere se confermare l’amministratore delegato per il quarto mandato o sostituirlo. In caso di non rinnovo , Scaroni dovrebbe incassare 8 milioni.

di Milena Gabanelli – Corriere della Sera

Nel giro di qualche settimana si conosceranno le intenzioni del governo sul rinnovo dei vertici di alcune società a partecipazione pubblica. La più importante è l’Eni, e il Premier dovrà decidere se confermare Scaroni per il quarto mandato o sostituirlo. Per il gioiello dell’industria italiana tempo di bilanci dunque, e su quello del 2013 compare un utile netto di 5.2 miliardi di euro con un prezzo medio del petrolio di 108.7 $ a barile. Non un bel risultato se si calcola che nel 2005, quando Scaroni è arrivato all’Eni l’utile netto è stato di 8,8 miliardi con un prezzo del greggio di circa 54 $ a barile. Addirittura inferiore agli utili dei primi anni 2000 (6 miliardi) quando il greggio era a 30 $. È vero che sono calate le vendite, ma la stessa Eni ha continuato a dichiarare nei suoi bilanci che ogni dollaro di aumento del prezzo del petrolio comporta un utile netto aggiuntivo di 200 milioni di euro per la società. Con il prezzo raddoppiato in 8 anni, dove sono finiti i soldi? Occorre inoltre considerare che nel 2013 c’è stata la cessione ai cinesi di una quota del giacimento in Mozambico per 4.21 miliardi di dollari, e la rivalutazione delle partecipazioni in Artic Russia, ed è proprio la vendita di asset che permette di distribuire alti dividendi. Fino a quando?
L’indebitamento finanziario netto è passato dai 10,4 mld del 2004, ai 15.5 mld del 2012. Eppure nel 2012 l’Eni ha ceduto un pezzo: Snam rete gas.  Questi risultati si sono riflessi nella performance di borsa, deludente rispetto alle grandi società petrolifere internazionali. Non ha fatto peggio la Bp, che ha dovuto scontare il disastro nel Golfo del Messico, o la spagnola Repsol, che ha subito la nazionalizzazione dei suoi giacimenti in Argentina. La Exxon e la Chevron sono vicine ai massimi storici, grazie alla bolla «shale gas», però meglio di Eni sono andate anche le europee Total e Shell. La commercializzazione del gas nel 2013 arriva ad una perdita di 1,5 miliardi. È vero che la domanda è diminuita e la concorrenza aumentata, ma fu l’Eni guidata da Scaroni a rinnovare, nel 2007, quegli onerosi contratti take or pay con la Russia, celebrati come una grande opportunità di business. A causa di quei contratti l’Eni è costretta a pagare alla Russia gas senza poterlo ritirare, per mancanza di domanda. E questo fatto proietterà perdite vicino ai 2 miliardi nel 2014.

Anche il settore raffinazione nel 2013 chiude con una perdita di oltre 600 mln. Poi c’è il tasto dolente della petrolchimica. Il percorso di innovazione avviato da Maugeri a fine 2010 con la chiusura di Porto Torres (il sito che aveva perdite maggiori) e la riconversione a “chimica verde”, redditizia e in grado di assorbire la forza lavoro del sito stesso, si è interrotto. L’Eni è dovuta intervenire perché la società aveva le casse vuote. A rischio chiusura è il sito di Priolo, il più grande d’Italia, e la raffineria di Gela, con la conseguenza che la situazione in Sicilia potrebbe diventare esplosiva. L’Eni controlla il 43% di Saipem, gioiello di ingegneria e costruzioni nel settore idrocarburi. Nel 2013 la perdita è stata di 159 milioni. Mentre sono in corso le indagini per corruzione internazionale il prezzo in borsa è quasi dimezzato.  Ora l’Eni sta pensando di ridurre la sua partecipazione con la fusione di Saipem con Subsea7, una società norvegese molto più piccola, che con l’8% del capitale si prenderebbe la guida operativa e finanziaria della società. Un’ipotesi che porterebbe alla perdita di un altro gioiello dell’industria italiana.

Un settore che ancora tiene è quello dell’Esplorazione e Produzione, ma anche qui i numeri sono in calo. Il 2013 si è chiuso con una produzione di 1.6 milioni barili al giorno, nel 2005 era di 1.7. Oltre il 90% della produzione di petrolio e gas proviene da progetti avviati negli anni 90 e primi 2000. Le ragioni geopolitiche (Libia , Nigeria, Iraq) addotte dalla società per spiegare i risultati deludenti, sono una costante per ogni società petrolifera , che infatti calcola la produzione futura diminuendola del 5%, in modo da poter annunciare al mercato obiettivi abbastanza sicuri. L’Eni questo calcolo non lo fa più.

Uno dei motivi che hanno contribuito al declino della redditività dell’Eni è proprio lo spostamento della produzione dal petrolio al gas, che nel 2013 (i dati non sono ancora noti) dovrebbe aver superato per la prima volta quella del petrolio. Il giacimento scoperto in Mozambico è ingente, ma non c’è mercato locale, trasportarlo costa molto e non esiste nessuna infrastruttura correlata, tutto va costruito e questo alimenta dubbi sulla redditività futura. Preoccupante è anche il declino delle capacità operative della divisione Esplorazione & Produzione. Emblematico è il caso dei continui problemi nell’avvio del giacimento di Kashagan (Kazakhstan). Il più grande giacimento di petrolio scoperto nel mondo negli ultimi 30 anni. Nel 2000, sotto la gestione Mincato, l’Eni si aggiudicò la guida operativa superando giganti come Exxon, Shell, Total. La prima produzione doveva partire nel 2005, poi è continuamente slittata. La società ha inanellato una serie di errori e incidenti che hanno portato il Kazakhstan a togliere all’Eni la guida operativa unica del progetto. Ora il Kazakhstan si rifiuta di riconoscere costi per 40 miliardi di dollari già sostenuti dalle società che fanno parte del consorzio di sviluppo, fra cui l’Eni, che partecipa con il 16,8%.

Ci sono poi le riserve e produzioni di petrolio, drasticamente ridotte a vantaggio di quelle del gas naturale, che hanno una redditività molto più bassa. Scelte che produrranno i loro effetti nel tempo, pesando sui conti. In caso di una caduta significativa dei prezzi del greggio, i risultati del settore Esplorazione & Produzione rischiano di non compensare più le altre perdite.

Certamente Scaroni potrà obiettare che la crisi di questi anni ha pesato su tutto; di sicuro non ha pesato sul suo stipendio, passato da 2,2 milioni ai 6,5 milioni del 2013. Un discorso a parte merita la gestione del personale: negli ultimi anni sono state annunciate assunzioni di giovani (molti in realtà con contratti a termine) a fronte di pesanti tagli di personale italiano mandato in mobilità lunga (7 anni) e con un ricorso vergognoso alla cassa integrazione.

Poi ci sono le numerose inchieste giudiziarie per corruzione internazionale. L’emergere di responsabilità maggiori anche nelle inchieste relative a disastri e bonifiche ambientali potrebbe avere pesanti ricadute sui mercati.  La situazione dell’Eni richiede di essere affrontata con profonda conoscenza dei problemi, poiché ogni settore ha una tale complessità e tecnicalità specifica che rende più complicata la soluzione di tante crisi. Un manager esterno al settore galleggerebbe sui problemi, venendone probabilmente sopraffatto. Non a caso, nell’industria petrolifera mondiale, i manager di vertice vengono coltivati e selezionati all’interno mediante percorsi di formazione che prevedono un’ampia rotazione tra settori diversi o una lunga presenza in corporate – cioè al centro del sistema.  I numeri sono freddi, certamente il Ministro Padoan e il Premier Renzi sapranno leggerli, per poi decidere la cosa giusta. Sarebbe bene anche rivedere il criterio delle buonuscite, che ad oggi vale per tutte le società a controllo pubblico. In caso di non rinnovo del mandato, Scaroni dovrebbe incassare 8 milioni. Uno schiaffo alla miseria.

Guarda l’inchiesta “Ritardi con Eni” andata in onda a Report il 16 dicembre 2012

Questo è il sommario del curriculum di Paolo Scaroni, pubblicato sul sito di Eni:

È Amministratore Delegato e Direttore Generale di Eni dal giugno 2005.
È Consigliere di Amministrazione di Assicurazioni Generali, Vicepresidente non esecutivo del London Stock Exchange Group e Consigliere di Amministrazione di Veolia Environnement. È inoltre nel Board of Overseers della Columbia Business School di New York e della Fondazione Teatro alla Scala.
Dopo la Laurea in Economia e Commercio conseguita nel 1969 all'Università Luigi Bocconi di Milano e dopo una prima esperienza di lavoro di tre anni in Chevron, consegue un Master in Business Administration, presso la Columbia University di New York, e continua la sua carriera in McKinsey. Nel 1973 entra in Saint Gobain, dove svolge numerosi incarichi manageriali in Italia ed all'estero fino alla nomina a Presidente della Divisione Vetro a Parigi. Dal 1985 al 1996 è Vice Presidente ed Amministratore Delegato della Techint. Nel 1996 si trasferisce in Gran Bretagna entrando in Pilkington come Amministratore Delegato fino a maggio 2002.
Dal maggio 2002 al maggio 2005 è stato Amministratore Delegato e Direttore Generale di Enel.
Nel 2005 e nel 2006 è stato Chairman di Alliance Unichem.
Nel maggio 2004 è stato nominato Cavaliere del Lavoro.
Nel giugno 2013 è stato insignito del titolo e grado di Commandeur della Legione d’Onore.

Tratto da: Organigramma Eni: Amministratore delegato Paolo Scaroni

mercoledì 5 marzo 2014

La terra fertile di città: l'esperienza dell’Ass. Nuova Terraviva di Ferrara

Un articolo di Andrea Gandini in uscita presso Madrugada, rivista dell'Ass. Macondo di Bassano del Grappa.

La terra fertile di città: l'esperienza dell’Ass. Nuova Terraviva di Ferrara
Dopo aver lavorato come sindacalista, ricercatore, formatore, docente e consulente, ho deciso a 50 anni di collaborare ad un’”impresa sociale”, anche perché nel frattempo avevo incominciato a scolpire il legno e la pietra. Per me, che ero un “cittadino intellettuale”, abituato a studiare, scrivere e pensare “fare” cose è stato un grande, positivo cambiamento: una scultura, un gioco di legno per i bimbi, curare la terra. E’ stata anche una “terapia” per difendermi dalle difficoltà che si incontrano nel nostro paese ad innovare (non ho smesso di collaborare ad una grande innovazione nella transizione al lavoro dei laureandi/laureati http://www.unife.it/ateneo/jobcentre/pil).
Poi c’era l’ambizione di creare in un’area pubblica agricola di 4 ettari (del Comune di Ferrara) in pieno centro, qualcosa di bello ed attraente. L’area gestita da un’associazione non profit steineriana (www.nuovaterraviva.org) nata per coltivare la terra col metodo biodinamico, consentiva di costruire insieme ad altri questa nuova “sfida sociale” che avesse “semi” di futuro. Biodinamica non è solo assenza di pesticidi, fertilizzare la terra con letame e preparati naturali, seguire il calendario delle semine basato sulla luna e lo zodiaco, ma avere animali per ricostituire il “ciclo chiuso” dell’antica fattoria. Un rispetto per madre Natura che ci consegna un cibo più sano, più nutriente, che si conserva più a lungo.
L’area agricola è stata integrata 10 anni fa da un parco per renderla accessibile ai cittadini, creando un luogo magico specie per i bimbi con casette sull’albero, un ponte tibetano, un cammino segreto, vari giochi tutti di legno (perché i bimbi ne sentono la vitalità, a differenza della plastica), un villaggio degli uccelli, un cosmogramma con 14 alberi, cartelli e varie sculture: un luogo dell’anima. Qui organizziamo ogni anno campi estivi da giugno a settembre per bimbi dai 3 ai 12 anni che possono essere a contatto con la natura, fare laboratori manuali e artistici (acquerello, lana cardata, argilla, orto, maglia, falegnameria, il pane,…) e mangiare cibo preso dall’orto bio e ivi cucinato. Gli animali (api, galline, capre,…l’anno prossimo asini) aiutano i bimbi e la terra ad essere fertili.
Dal 2010 abbiamo avviato un campo conservativo dei 40 più antichi alberi da frutto dell’Emilia-Romagna e dell’Italia (patriarchi) in quanto saranno, prima o poi, alla base della futura frutticoltura (perché più resistenti sia come piante che frutti, bisognosi di minor acqua e manutenzione, col triplo di sostanze organolettiche e anti-ossidanti). Qui teniamo anche corsi d’arte (acquerello, scultura, falegnameria, lana cardata, pedagogia) e di manualità (agricoltura, apicoltura, potatura) e un gruppo di studio settimanale sul vangelo di Giovanni. L’obiettivo è aiutare le persone a consumare di meno e sviluppare di più i propri talenti.
Accogliamo infine giovani e adulti con speciali necessità per un reciproco aiuto.
Il “parco-campagna” è stato realizzato all’insegna della bellezza; cittadini e genitori dei bimbi ci hanno “premiato” triplicando le iscrizioni sia ai campi estivi che come soci (circa 300).
E’ anche un esempio (così ci ha detto Legambiente di Modena) di come si può gestire un’area pubblica agricola in modo polifunzionale rendendola “bella ed attraente”, evitando così che tali aree siano urbanizzate, come spesso avviene quando un campo agricolo (anche di proprietà pubblica) rimane tale.
Piccoli semi che speriamo facciano capire l’importanza di coltivare in modo bio, quanto sia importante l’arte, la manualità, la bellezza, il ritorno alla Natura dei bimbi di città che nascono con una vivissima curiosità per gli altri viventi (O.E.Wilson, studioso della biodiversità la definì “biofilia”), ma oggi minacciati più che mai.
I bimbi di oggi infatti non giocano più tra loro e non sono più a contatto con animali e natura, c’è un abuso di giochi tecnologici, diventano così più pigri, con minor volontà, più grassi, con meno muscoli, meno capaci di giocare e quindi creare. Più deboli nel corpo vitale e, anche a causa di un’alimentazione troppo grassa-salata-zuccherata, più allergici e intolleranti. Dagli studi sulla biografia sappiamo che queste carenze si manifesteranno in età adulta.
Stare nella natura fa scoprire anche quanto sia importante vivere (e mangiare) rispettando le stagioni e la terra: l’humus si è formato in millenni e l’uso dei pesticidi negli ultimi 60 anni ne ha già ridotto la fertilità di un terzo; coltivando così avremo intere aree del pianeta desertificate. Stare nella natura significa anche diventare più “slow”, capire che dobbiamo consumare di meno e “vivere di più” (less is better). Mangiare sano e l’arte/manualità aiutano in questo cammino: chi trova il proprio talento riduce i consumi poiché si concentra in ciò che davvero gli serve e si evolve. Quando mangiamo una piccola mela antica, ingeriamo il triplo di nutrienti e di antiossidanti, è più gustosa, ha meno acqua e dura più a lungo. In Italia abbiamo un vero paradiso: 800 tipi di mele, 400 tipi di pesche, 400 di pere, 3mila cultivar. Sono state spazzate via da una cultura-consumismo che pensava fosse sbagliato avere mele piccole l’una diversa dall’altra. Ora sono tutte uguali, quasi sempre “avvelenate”, meno gustose, più deperibili: costano meno ma valgono meno. E’ questo il progresso? I valori umani vissuti intensamente dai nostri padri e nonni rimangono alla base dell’evoluzione umana; essi vanno metamorfosati senza rinunciare alle scoperte e innovazioni che renderanno la vita più umana, ma dobbiamo anche imparare a fare “per ogni passo nella conoscenza, tre passi nella morale”.
La nostra piccola “impresa sociale” è animata da un intento spirituale e dall’idea che i “beni comuni” pubblici possono essere meglio gestiti se c’è un’associazione non profit privata (ma che opera su linee guida del pubblico). L’intento prevalente rimane quello educativo: adulti che testimonino a bimbi e adolescenti che “piantare alberi, costruire altalene”, come dice un bel libro di Beppe Stoppiglia, li aiuta non poco.

mercoledì 29 gennaio 2014

Comunità - Lessico del ben-vivere sociale / 18

Comunità, una delle parole più ricche, fondamentali e ambivalenti del nostro vocabolario civile, sta subendo una mutazione radicale. La comunità vera è sempre stata una realtà tutt’altro che romantica, lineare, semplice, perché in essa si concentrano le passioni più forti e profonde dell’umano, luogo di vita e di morte. Gerusalemme è chiamata ‘città santa’, ma è Caino il fondatore della prima città e il mito fa nascere Roma (e tante altre città) da un fratricidio.
La comunità può essere raccontata senza pericolose riduzioni ideologiche solo se abitiamo e non rifiutiamo questa sua ambivalenza originaria. Ce lo suggerisce la stessa radice latina del termine: communitas, cum-munus, poiché il munus è, ad un tempo, il dono e l’obbligo, ciò che è donato e ciò che deve essere dato o restituito, l’atto gratuito ma anche i munera, cioè i compiti, gli obblighi e le obbligazioni, la gratuità che evolve nel doveroso. E’ questa stessa tensione semantica e sociale che ritroviamo nel bene comune e nei beni comuni, che vivono e non muoiono finché la trama dell’obbligo si intreccia con l’ordito della gratuità. Se invece questa tensione vitale si spegne, e restano solo i (presunti) doni o solo gli obblighi, le patologie relazionali sono sempre sull’uscio (se non già dentro casa), il dono diventa faccenda irrilevante per la vita sociale, e gli obblighi si trasformano in lacci.

Per continuare la lettura dell'articolo di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire del 26 gennaio 2014 clicca qui:

La buona città dei diversi e la Babele delle caste chiuse

sabato 30 novembre 2013

Lessico del ben-vivere sociale / 9

Avvenire del 24 novembre 2013

I legami ci fanno ricchi

di Luigino Bruni

Le comunità fioriscono quando sono capaci di cooperazione. Se non avessimo iniziato a co-operare (agire insieme) la vita in comune non sarebbe mai iniziata, e saremmo restati evolutivamente bloccati alla fase pre-umana. Ma come spesso succede per le grandi parole dell’umano, anche la cooperazione è ad un tempo una e molteplice, spesso ambivalente, e le sue forme più rilevanti sono quelle meno ovvie. Tutte le volte che esseri umani agiscono insieme e si coordinano per raggiungere un risultato comune mutuamente vantaggioso, abbiamo a che fare con la cooperazione.

Un esercito, una liturgia religiosa, una lezione a scuola, un’impresa, l’azione di governo, un sequestro di persona, sono tutte forme di cooperazione, ma si riferiscono a fenomeni umani molto diversi tra di loro. Da ciò deriva una prima conseguenza: non tutte le cooperazioni sono cosa buona, perché ci sono cooperazioni che sebbene aumentino i vantaggi dei soggetti coinvolti peggiorano il bene comune, perché danneggiano altri al di fuori di quella cooperazione. Per distinguere la buona dalla cattiva cooperazione è necessario innanzitutto guardare agli effetti che quella cooperazione intenzionalmente produce sulle persone esterne a quella cooperazione.

Lungo la storia, le teorie politiche ed economiche si sono suddivise in due grandi famiglie. Quelle che partono dall’ipotesi che l’essere umano non è naturalmente capace di cooperare, e quelle che invece rivendicano la natura cooperativa della persona. Il principale rappresentante della seconda tradizione è Aristotele: l’uomo è animale politico, cioè capace di dialogo con gli altri, di amicizia (philia) e di cooperazione per il bene della polis. L’esponente più radicale della prima tradizione dell’animale insocievole è Thomas Hobbes: “E’ vero che alcune creature viventi, come le api e le formiche, vivono insieme socialmente. Pertanto qualcuno vorrebbe sapere perché gli uomini non fanno lo stesso” (Il Leviatano, 1651). All’interno di questa tradizione anti-sociale si muove molta parte della filosofia politica e sociale moderna, mentre gli antichi e i medioevali (incluso San Tommaso) erano generalmente dalla parte di Aristotele. Potremmo anche dire che la principale domanda della teoria politica ed economica moderna è stato tentar di spiegare come possano emergere esiti cooperativi a partire da esseri umani che non sono capaci di cooperazione intenzionale, perché troppo dominati da interessi egoistici.

Molte teorie del ‘contratto sociale’ (non tutte) sono state la risposta della filosofia politica della modernità: individui egoisti, ma razionali, capiscono che è nel loro interesse dar vita ad una società civile con un contratto sociale artificiale. L’uomo naturale è incivile, e quindi la società civile è artificiale. La risposta della scienza economica moderna a quella stessa domanda sono le varie teorie della ‘mano invisibile’, dove il bene comune (‘la ricchezza delle nazioni’) non nasce dall’azione cooperativa intenzionale e naturale di animali sociali, ma dal gioco degli interessi privati di individui egoisti separati tra di loro. Alla base di queste due tradizioni ritroviamo la stessa ipotesi antropologica: l’essere umano è un ‘legno storto’ che, senza bisogno di raddrizzarlo, produce buone ‘città’ se è capace di dar vita a istituzioni artificiali (contratto sociale, mercato) che trasformano le passioni auto-interessate in bene comune.

E’ a questo punto che si svela un mistero del mercato. Anche la società di mercato ha una sua forma di cooperazione, alla quale però non è richiesta nessuna azione congiunta tra gli individui ‘cooperanti’. Quando entriamo in un negozio per acquistare del pane, quell’incontro tra l’acquirente e il venditore non è descritto né vissuto come un atto di cooperazione intenzionale: ciascuno cerca il proprio interesse e compie la contro-prestazione (denaro per pane; pane per denaro) solo come un mezzo per ottenere il proprio bene. Eppure quello scambio migliora la condizione di entrambi, grazie ad una forma di cooperazione che non richiede nessuna azione congiunta. Il bene comune diventa così la una somma di interessi privati di individui reciprocamente immuni che cooperano senza incontrarsi, toccarsi, guardarsi.

E’ all’interno dell’impresa dove invece ritroviamo la cooperazione intenzionale o forte, essendo l’impresa una rete di azioni congiunte e cooperative per obiettivi in massima parte comuni. Così, quando acquisto un biglietto Roma-Malaga, tra me e la compagnia aerea non c’è nessuna forma di cooperazione intenzionale ma solo interessi separati paralleli (viaggio e profitto); tra i membri dell’equipaggio di quel volo, però, deve esserci una cooperazione forte, esplicita e intenzionale. Da qui deriva che mentre (quasi) nessun economista scriverebbe una teoria dei mercati basata sull’etica delle virtù, sul lato delle teorie dell’impresa e delle organizzazioni sono ormai molte le ‘etiche degli affari’ fondate sull’etica delle virtù di Aristotele e Tommaso.

La divisione del lavoro nei mercati e nella grande società è una grande cooperazione involontaria e implicita; la divisione del lavoro dentro l’impresa, invece, è cooperazione in senso forte, un’azione volontaria congiunta. Il capitalismo di matrice anglosassone e protestante ha così dato vita ad un modello dicotomico, ad una riedizione della luterana (e agostiniana) ‘Dottrina dei due regni’. Nei mercati c’è la cooperazione implicita, ‘debole’ e non-intenzionale; nell’impresa, e in generale nelle organizzazioni, abbiamo invece la cooperazione esplicita, forte ed intenzionale – due cooperazioni, due ‘città’, profondamente e naturalmente diverse tra di loro.

Questa cooperazione non è però la sola possibile nei mercati. La versione europea della cooperazione nei mercati, in particolare quella latina, era diversa, perché la sua matrice culturale e religiosa non era individualistica, ma comunitaria. Qui la distinzione tra cooperazione ad intra (impresa) e cooperazione ad-extra (nei mercati) non è mai prevalsa - almeno fino a tempi recenti. E’ questa la tradizione della cosiddetta Economia civile, che ha letto l’intera economia e società come una faccenda di cooperazione e di reciprocità. L’impresa famigliare (in Italia ancora il 90% del settore privato), le cooperative, Adriano Olivetti, si spiegano prendendo sul serio la natura cooperativa e comunitaria dell’economia. Ecco perché il movimento cooperativo europeo è stato l’espressione più tipica dell’economia di mercato europea. Come lo sono (stati) i distretti industriali (da Prato per i filati, a Fermo per le scarpe), dove comunità intere sono diventate economia senza smettere di essere comunità. Così, il capitalismo USA ha come modello il mercato anonimo e cerca di “mercantizzare” (rendere mercato) anche l’impresa, che sempre più è vista come un nesso di contratti, una ‘commodity’ (merce), o un mercato con fornitori e clienti ‘interni’. Il modello europeo, invece, ha cercato di ‘comunitizzare’ (rendere comunità) il mercato, prendendo come modello di buona economia quello mutualistico e comunitario, esportandolo dall’impresa all’intera vita civile (cooperazione di credito e di consumo). Assumendosi i costi e i benefici di questa operazione: un’economia più densa di umanità e di gioia di vivere, ma anche di quelle ferite che gli incontri umani a tutto tondo portano inevitabilmente con sé.

Il modello USA oggi sta colonizzando anche gli ultimi territori di economia europea, anche perché la nostra tradizione comunitaria e cooperativa non è stata sempre all’altezza sul piano culturale e pratico, non si è sviluppata in tutte le regioni, e, in Italia, ha dovuto fare i conti con il trauma, non ancora del tutto elaborato, del fascismo, che si è auto-proclamato vero erede della tradizione dell’impresa cooperativa (il corporativismo). La ‘grande crisi’ che stiamo vivendo, però, ci dice che l’economia e la società fondate sulla cooperazione-senza-toccarsi possono produrre dei mostri, e che il business che è solo business alla fine diventa anti-business. L’ethos dell’Occidente è un intreccio di cooperazioni forti e deboli, di individui che fuggono dai lacci delle comunità in cerca di libertà, e di persone che per vivere bene liberamente si legano. In una fase della storia in cui il pendolo del mercato globale tende verso gli individui-senza-legami, l’Europa deve ricordare, custodendola e vivendola, la natura intrinsecamente civile e sociale dell’economia.

giovedì 21 novembre 2013

Quando la crisi morde loro banchettano

La crescita al primo posto.

Espressione udita pronunciare in radio, informazione pubblica.

Al primo posto ci chiedono di mettere una condizione che non c'è e che sappiamo impossibile da realizzare.
Quello che cresce è il debito e la disoccupazione.

Che ve ne pare?

Una situazione come questa ha un solo sbocco: l'implosione del sistema su se stesso.

La decrescita è già tra di noi: decrescita demografica, impoverimento culturale, esaurimento delle risorse ambientali, diminuzione di tutti gli indici della qualità della vita.

Aumenta l'aspettativa della durata della vita, ma sempre più medicalizzata, con costi per la sanità pubblica che non sono più sostenibili.

Il debito cresce perché cresce la massa monetaria che va ad arricchire la grande finanza internazionale, mentre impoverisce le famiglie, le imprese, le nazioni.

In Italia l'impresa era e rimane familiare.
C'è un'economia civile e cooperativa che sta soffrendo, come nelle doglie del parto.
Lo testimoniano i tanti fallimenti e i suicidi.

E' quest'ultimo modello di sviluppo economico - familiare e cooperativo - che deve crescere e tutto il resto deve diminuire, compresa la grande impresa di stato, che pubblica non è più.

Lo sapevate che la rete internet, quella che custodisce tutti i nostri preziosi dati sensibili, personali e familiari (con relative password), è totalmente in mano ad agenzie e aziende private, sparse sul globo?

Ciò che è pubblico è noto ed è nostro perché condiviso, ciò che è privato non è noto al pubblico, è a noi nascosto appunto perché ne siamo "privati".

C'è un solo business in crescita in questa contingenza, il business dei diseredati: il gioco d'azzardo.
Un business che ha raggiunto e superato un giro d'affari annuo di 90 miliardi (e questa è solo la punta dell'iceberg): 1500 euro a cranio, ma cosa c'è dentro quel cranio?

Cosa ci dice tutto questo?
La rete in cui siamo immersi quotidianamente ci somministra un'illusione: di essere capaci di oltrepassare i limiti imposti dalla nostra natura umana e dall'ambiente in cui siamo immersi.

Ma noi rimaniamo noi, perché fatti di carne e di sangue.

Un'evidente dicotomia tra autopercezione e realtà, è l'"inner divide", la divisione interiore che deriva da una condizione di deperimento delle facoltà mentali.

Desideriamo essere perfetti, ma non abbiamo in noi la forza per realizzarci.
Non da soli.
Non isolati a subire la malia della pubblicità.
Se esiste una "pubblicità progresso", ne deduco che tutto il resto è regresso.

I Gruppi di Acquisto Solidale costituiscono un sostegno concreto, solido e costante alla rete di mini e micro aziende che dovranno diventare il nostro tessuto produttivo del futuro.

Di tutto il resto rimarrà poco e niente.

mercoledì 20 novembre 2013

Lessico del ben vivere sociale / 8

Avvenire del 17 novembre 2013

Qualcosa di unico

di Luigino Bruni

Sta emergendo una nuova domanda di partecipazione nel consumo, nel risparmio e nell’uso dei beni. Una differenza cruciale, ad esempio, tra l’internet di 10-15 anni fa, abitato da siti web e dalle email, e il web dei social media e delle Apps, è un maggior coinvolgimento e protagonismo di noi abitanti della rete. Analogamente, la tv oggi non manda in onda soltanto programmi per ‘telespettatori’, ma ci chiede di votare il cantante o il giocatore migliore. E la cosa interessante è che la gente partecipa, investe tempo per dire la propria opinione e per sentirsi parte attiva di una nuova forma di comunicazione: per fare un’esperienza.

Molti dedichiamo tempo, e molto, per scrivere o arricchire, in modo anonimo, le voci di Wikipedia (l’enciclopedia del web), o per migliorare un software libero. È come se stessimo creando nuove ‘piazze’, dove la gente sta tornando, diversamente e con gusto, a parlare, a perder tempo disinteressatamente. Un fenomeno di certo ambivalente, ma l’ambivalenza può essere anche l’inizio di un discorso generativo.

Agli uomini e alle donne il solo consumo dei beni non è mai bastato. Da animali simbolici e ideologici quali siamo, abbiamo sempre chiesto di più alle nostre merci: dallo status sociale alla rappresentazione di futuri migliori durante presenti indigenti. Tramite i beni abbiamo voluto parlare, raccontare storie, raccontarci agli altri, e ascoltare gli altri parlare. Fare esperienze. Alcuni beni, poi, sono talmente legati ad un’esperienza che gli economisti li hanno chiamati “beni d’esperienza” (experience goods), quei beni che riusciamo a capire e valutare solo dopo averne fatto esperienza diretta e personale. Sono beni di esperienza quasi tutti i beni culturali e turistici. Posso valutare se ho speso bene il biglietto per un museo mentre lo visito, non prima; capisco se il prezzo di quel week-end all’agriturismo era congruo solo quando mi trovo sul posto, e vedo paesaggio, ambiente e incontro i padroni di casa. Il mercato non ama questa incertezza, e cerca di offrirci alcuni degli elementi decisivi per valutare ex-ante un hotel o un ristorante. Ecco allora il sito internet sempre più ricco di foto, e soprattutto il peso crescente delle recensioni dei clienti, oggi talmente importanti che rischiamo di veder nascere un mercato incivile di compravendita di recensioni positive, e negative (per i concorrenti).

E qui si aprono discorsi centrali per comprendere l’evoluzione del nostro sistema economico e sociale. Innanzitutto nei beni di esperienza sono gli elementi di contorno quelli che risultano essere decisivi. Posso avere il più bel sito archeologico del mondo, ma se non c’è un intero sistema territoriale (trasporti, hotel …) che funziona, il valore di quel bene precipita, e porta giù con sé il valore d’intere regioni. Posso trovare agriturismi marchigiani in ottime ‘location’, ma se quando arrivo non trovo quello stile relazionale frutto di secoli di cultura dell’accoglienza, che si traduce in mille dettagli concreti, il valore di quella vacanza scompare o si ridimensiona molto. In questi beni si coglie nella sua purezza uno dei tratti più complessi e misteriosi della nostra società di mercato. Quando un inglese viene in vacanza in Toscana o in Andalusia, va in cerca anche di dimensioni intrinseche a quelle culture, che non sono semplici merci. Certo, sa che il resort e il ristorante tipico sono imprese commerciali e che quindi rispondono alla logica del profitto, ma parte del benessere di quella vacanza, a volte la parte più consistente, dipende dalla presenza di contesti culturali, che sebbene entrino (eccome!) nel prezzo di quell’alloggio e di quel pranzo non sono semplici merci ‘prodotte’ da quegli imprenditori a mero scopo di lucro. Tanto che il valore di assistere ad una vera sagra paesana o ad una autentica rievocazione storica è immensamente maggiore di quelle rappresentazioni folkoristiche organizzate artificialmente, e a pagamento, dal ristoratore. Nei nostri territori esistono, in altre parole, dei patrimoni culturali che sono degli autentici beni comuni (e non beni privati), accumulati nei secoli, che diventano anche vantaggio competitivo delle nostre imprese e che generano profitti. Occorre custodirli, perché da loro dipende molto della nostra forza economica e civile presente e ancor più futura.

Un secondo ambito è poi il cosiddetto consumo critico e responsabile. Ciò che ci porta nelle botteghe civili e speciali del commercio equo è soprattutto la ricerca di una esperienza. Per questo è essenziale parlare con chi vi lavora, farsi raccontare le tante splendide storie dei beni, far ‘parlare’ la gente che li ha prodotti; intrattenersi magari a scambiare qualche parola sul nostro capitalismo, o incontrare qualche altro cliente che è lì per fare la nostra stessa esperienza. Il valore di questo consumo non è contenuto soltanto nel bene (e nei rapporti di produzione che esso incarna), ma anche nell’esperienza interpersonale che facciamo quando ci rechiamo in un negozio, in una filiale di una banca, in un mercato. L’etica senza esperienza è solo ideologia.

Infine, dobbiamo prendere coscienza che tutti i beni di mercato stanno diventando beni di esperienza. È questo un paradosso cruciale nell’economia di mercato contemporanea. Da una parte, il mercato ha bisogno di produrre una massa crescente di beni senza troppe varianti, poiché le economie di scala e le esigenze di costo portano a consumi di massa di merci simili per poterli riprodurre, con poche varianti e a basso costo, in tutto il mondo. E così si sono mosse le imprese del XX secolo. Ma queste imprese si trovano oggi a fronteggiare anche una tendenza opposta. La democrazia e la libertà generano milioni di persone con gusti e valori diversi, dove ciascuno sa di essere unico e non omologabile. Ecco allora che le grandi imprese cresciute con la mentalità del consumo di massa, devono ripensarsi profondamente. Da una parte siamo attratti dall’avere anche noi esattamente quel tipo di computer o telefonino status simbol; al tempo stesso, però, vorremmo che il nostro pc avesse qualcosa di unico disegnato sulla mia persona; vorrei, cioè, che l’esperienza che io faccio con quel pc sia unica e solo mia, perché soltanto io sono io. Ecco allora che si aprono prospettive intriganti per il prossimo futuro industriale ed economico. Le imprese di successo, anche su scala mondiale, saranno quelle capaci di mettere assieme prodotti che possono essere venduti su mercati sempre più globali (e oggi la rete consente anche a piccolissime imprese di operare a Madras, Lanciano e a Lisbona), ma soprattutto capaci di coinvolgere il ‘consumatore’ in un’esperienza nella quale non si sente uno dei tanti anonimi e cloni possessori e utenti, ma un pezzo unico. Si capisce allora che ci attende un grande sviluppo di ‘fai da te’ più sofisticati degli attuali, fatti di un intreccio di beni standardizzati, di assistenza tecnica e della nostra creatività nel personalizzare abitazioni, giardini, siti internet, e domani quartieri e città. Se sappiamo guardare dentro l’ambivalente mercato televisivo di ultima generazione, ad esempio, possiamo già trovarvi qualcosa del genere, o almeno tentativi, più o meno felici, di andare in questa direzione.

Quando usciamo di casa per scendere nei mercati, cerchiamo esperienze più grandi delle cose che compriamo. Troppo spesso, però, i beni non mantengono le loro promesse, perché quelle esperienze sono troppo povere rispetto al nostro bisogno di infinito. E così, delusi ma capaci di dimenticare le delusioni di ieri, ricominciamo ogni mattina le nostre liturgie economiche, in cerca di beni, di sogni, di rapporti umani, di vita.

venerdì 15 novembre 2013

Lessico del ben-vivere sociale / 7

Avvenire dell'11 novembre 2013

Rigenerare virtù capovolte

di Luigino Bruni

C’è una legge economica e sociale tanto importante quanto dimenticata. È quella che Luigi Einaudi chiamava la «teoria del punto critico», che egli definiva «fondamentale nella scienza, sia economica sia politica» (Lezioni di politica sociale, 1944) e che attribuiva al suo conterraneo Emanuele Sella (un economista e poeta, che scrisse anche un trattato di economia "trinitaria"). L’idea è l’esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico, appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, cambiando segno o natura. La legge del punto critico potremmo oggi applicarla alla finanza, ma anche alle tasse (che quando superano una soglia finiscono per penalizzare gli onesti che le pagano).

Scriveva Einaudi: «È ragionevole che ogni famiglia aspiri al possesso della radio. Ma la radio può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento dell’umanità. Il passaggio dalla radio che allieta e istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa d’imbecillimento dell’umanità è graduale». Se cambiamo l’oggetto del suo discorso e al posto di "radio" (oggi tra i media più creativi e critici) scriviamo "tv", la logica della sua analisi diventa attualissima, e può essere estesa a tutti i beni di comfort.

Nelle prime fasi dello sviluppo, la disponibilità di beni che aumentano il comfort è importante per il benessere. Gli esempi sono tanti. Basti pensare a che cosa ha rappresentato l’invenzione della lavatrice per il benessere delle nostre nonne e mamme. O all’introduzione della pay-tv che ha consentito di vedere la partita a casa al caldo e senza rischi. Qualcosa di analogo è poi accaduto con l’avvento dei social media. Ma sono ormai molti gli studi che ci dicono che gli effetti dei beni di comfort sul benessere cambiano di segno, o di natura, quando si supera un punto critico. Utilissimi sono i cibi precotti quando facciamo tardi e abbiamo venti minuti per preparare la cena; ma se col tempo diventano l’unico cibo presente nel frigo, e ci tolgono la gioia di preparare un pranzo (sano), magari insieme, è probabile che la nostra vita peggiori in qualità.

Ma perché – è questa la domanda cruciale – dovremmo cadere in simili trappole, e non fermarci prima di superare il punto critico? Le ragioni sono molte. Una prima ce la fa intravvedere lo stesso Einaudi: la gradualità. Il punto di svolta si supera un po’ alla volta e senza accorgersene, o accorgendocene troppo tardi. Una seconda spiegazione si chiama salienza: c’è in noi una forte tendenza a vedere di più i beni di comfort e a veder meno beni come quelli relazionali e civili. Nel calcolo del peso relativo che i diversi tipi di beni hanno per la nostra felicità, sovrastimiamo le merci e sottostimiamo i beni non di mercato, che essendo più ordinari e feriali (pensiamo ai rapporti di famiglia, o alla democrazia) li vediamo meno, sono meno salienti – tranne poi accorgerci del loro valore, e del loro prezzo, una volta che li perdiamo. Infine, c’è l’attuale mercato capitalistico: esiste tutta un’industria, sempre più agguerrita, orientata razionalmente a venderci beni di comfort, mentre nessuno (tranne "Pubblicità Progresso") paga per pubblicità che ci incoraggi a investire in beni relazionali o in libertà – interessante è, a questo riguardo, lo «spot impossibile» (è su youtube) ideato da Stefano Bartolini.

C’è poi un altro ambito toccato da quel testo di Einaudi: «Una società di gente ubbidiente diventa presto vittima del tiranno o di impiegati e di mandarini. Chiamavasi "Regola" quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri grandi fondatori avevano dato agli ordini monastici. Finché i conventi furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicare ad esso sé e la famiglia e i beni. Ma la ricchezza partorisce la corruzione. (…) Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o meno, si assiste alla medesima vicenda». Qui il superamento di un punto critico produce lo snaturamento di un elemento che nel tempo da buono si trasforma nel suo opposto (sudditanza, accumulazione di ricchezza …). È, questa, un’espressione di un’antica regola aurea: i comportamenti viziosi spesso non sono altro che primitive virtù pervertitesi per aver voluto salvare la forma e non la sostanza che le aveva generate – il prudente risparmio che diventa avarizia, o il giusto profitto che evolve in rendita parassitaria. La fedeltà incondizionata alla lettera del fondatore di movimenti culturali o spirituali, ad esempio, che nella prima generazione era stato un elemento vitale ed essenziale per la nascita e crescita di quelle esperienze, a un certo punto fa innescare un meccanismo auto-distruttivo che impedisce il vitale bisogno di rinnovamento e di riformatori, fino a morire in nome di antiche virtù (fedeltà) tramutatesi gradualmente in vizi (immobilismo). I movimenti come i grandi ordini mendicati francescano o domenicano vivono ancora a distanza di secoli anche perché sono stati capaci di generare molti riformatori, creativamente fedeli.

Esistono, infatti, degli accorgimenti da adottare per evitare, prevenire o quantomeno gestire, queste crisi, che a volte diventano vere e proprie "morti". Una prima regola fondamentale è prendere coscienza individuale e collettiva, e nei tempi ancora felici, che il punto critico esiste. Sapere è il primo antidoto e può salvare, soprattutto se diventa anche regole di governance e accortezza istituzionale. Ma ancora più importante è la presenza, o l’introduzione, di una culturale giubilare. Nel popolo d’Israele ogni cinquant’anni i beni tornavano agli antichi proprietari, i debiti si cancellavano. Se i movimenti e le comunità nati da idealità periodicamente smobilitassero e rimettendo in circolo i beni accumulati nei decenni, e si rimettessero "lungo la strada", lì ritroverebbero quella forza profetica che nel frattempo s’è naturalmente affievolita; e lì, nelle periferie, incontrerebbero tanti in ricerca di quegli stessi ideali che non trovano più nei luoghi della vita ordinaria.
Infine, non è difficile accorgersi che senza ascoltare chi ce lo diceva o gridava alcuni punti critici in Occidente li abbiamo già superati – e quando succede essi scompaiono dall’orizzonte visivo delle civiltà. Li abbiamo superati, o vi siamo molto vicini, nell’ambiente naturale, nei capitali spirituali, nell’uso dell’acqua, nel consumo di suolo pubblico, in molti tessuti comunitari, nell’uso di incentivi, dei controlli, della concorrenza, o nella sopportazione dell’ingiustizia del mondo. Abbiamo di certo oltrepassato il punto critico della vita esteriore (consumi, merci, tecnica), e così ci appare normale la nostra grande carestia e incapacità d’interiorità, di meditazione, di preghiera nella quale siamo precipitati, gradualmente. Stessa sorte è quella capitata all’immunità. La buona conquista moderna di spazi e momenti di vita privata immuni da potenti e da padroni, si è trasformata in una cultura dell’immunità dove non ci si abbraccia e non ci si sfiora più. E così una piena di solitudine sta inondando le nostre città. Ci stiamo abituando a soffrire soli, a morire soli, a diventar grandi da soli in stanze chiuse, vuote di persone amiche, ma piene di demoni che ci rubano i nostri figli.
Parlare insieme di questi grandi temi civili è un primo passo decisivo per prenderne coscienza e per non oltrepassare altri punti critici all’orizzonte. Per fermarci e perfino retrocedere: in alcuni casi, rari ma luminosi, i popoli sono stati capaci di farlo.