La crescita al primo posto.
Espressione udita pronunciare in radio, informazione pubblica.
Al primo posto ci chiedono di mettere una condizione che non c'è e che sappiamo impossibile da realizzare.
Quello che cresce è il debito e la disoccupazione.
Che ve ne pare?
Una situazione come questa ha un solo sbocco: l'implosione del sistema su se stesso.
La decrescita è già tra di noi: decrescita demografica, impoverimento culturale, esaurimento delle risorse ambientali, diminuzione di tutti gli indici della qualità della vita.
Aumenta l'aspettativa della durata della vita, ma sempre più medicalizzata, con costi per la sanità pubblica che non sono più sostenibili.
Il debito cresce perché cresce la massa monetaria che va ad arricchire la grande finanza internazionale, mentre impoverisce le famiglie, le imprese, le nazioni.
In Italia l'impresa era e rimane familiare.
C'è un'economia civile e cooperativa che sta soffrendo, come nelle doglie del parto.
Lo testimoniano i tanti fallimenti e i suicidi.
E' quest'ultimo modello di sviluppo economico - familiare e cooperativo - che deve crescere e tutto il resto deve diminuire, compresa la grande impresa di stato, che pubblica non è più.
Lo sapevate che la rete internet, quella che custodisce tutti i nostri preziosi dati sensibili, personali e familiari (con relative password), è totalmente in mano ad agenzie e aziende private, sparse sul globo?
Ciò che è pubblico è noto ed è nostro perché condiviso, ciò che è privato non è noto al pubblico, è a noi nascosto appunto perché ne siamo "privati".
C'è un solo business in crescita in questa contingenza, il business dei diseredati: il gioco d'azzardo.
Un business che ha raggiunto e superato un giro d'affari annuo di 90 miliardi (e questa è solo la punta dell'iceberg): 1500 euro a cranio, ma cosa c'è dentro quel cranio?
Cosa ci dice tutto questo?
La rete in cui siamo immersi quotidianamente ci somministra un'illusione: di essere capaci di oltrepassare i limiti imposti dalla nostra natura umana e dall'ambiente in cui siamo immersi.
Ma noi rimaniamo noi, perché fatti di carne e di sangue.
Un'evidente dicotomia tra autopercezione e realtà, è l'"inner divide", la divisione interiore che deriva da una condizione di deperimento delle facoltà mentali.
Desideriamo essere perfetti, ma non abbiamo in noi la forza per realizzarci.
Non da soli.
Non isolati a subire la malia della pubblicità.
Se esiste una "pubblicità progresso", ne deduco che tutto il resto è regresso.
I Gruppi di Acquisto Solidale costituiscono un sostegno concreto, solido e
costante alla rete di mini e micro aziende che dovranno diventare il
nostro tessuto produttivo del futuro.
Di tutto il resto rimarrà poco e niente.
"io decido X Albignasego" è il nome del movimento civico che vuol dare la parola ai cittadini di Albignasego, comune della provincia di Padova ... e non solo!
giovedì 21 novembre 2013
mercoledì 20 novembre 2013
Lessico del ben vivere sociale / 8
Avvenire del 17 novembre 2013
Qualcosa di unico
di Luigino Bruni
Sta emergendo una nuova domanda di partecipazione nel consumo, nel risparmio e nell’uso dei beni. Una differenza cruciale, ad esempio, tra l’internet di 10-15 anni fa, abitato da siti web e dalle email, e il web dei social media e delle Apps, è un maggior coinvolgimento e protagonismo di noi abitanti della rete. Analogamente, la tv oggi non manda in onda soltanto programmi per ‘telespettatori’, ma ci chiede di votare il cantante o il giocatore migliore. E la cosa interessante è che la gente partecipa, investe tempo per dire la propria opinione e per sentirsi parte attiva di una nuova forma di comunicazione: per fare un’esperienza.
Molti dedichiamo tempo, e molto, per scrivere o arricchire, in modo anonimo, le voci di Wikipedia (l’enciclopedia del web), o per migliorare un software libero. È come se stessimo creando nuove ‘piazze’, dove la gente sta tornando, diversamente e con gusto, a parlare, a perder tempo disinteressatamente. Un fenomeno di certo ambivalente, ma l’ambivalenza può essere anche l’inizio di un discorso generativo.
Agli uomini e alle donne il solo consumo dei beni non è mai bastato. Da animali simbolici e ideologici quali siamo, abbiamo sempre chiesto di più alle nostre merci: dallo status sociale alla rappresentazione di futuri migliori durante presenti indigenti. Tramite i beni abbiamo voluto parlare, raccontare storie, raccontarci agli altri, e ascoltare gli altri parlare. Fare esperienze. Alcuni beni, poi, sono talmente legati ad un’esperienza che gli economisti li hanno chiamati “beni d’esperienza” (experience goods), quei beni che riusciamo a capire e valutare solo dopo averne fatto esperienza diretta e personale. Sono beni di esperienza quasi tutti i beni culturali e turistici. Posso valutare se ho speso bene il biglietto per un museo mentre lo visito, non prima; capisco se il prezzo di quel week-end all’agriturismo era congruo solo quando mi trovo sul posto, e vedo paesaggio, ambiente e incontro i padroni di casa. Il mercato non ama questa incertezza, e cerca di offrirci alcuni degli elementi decisivi per valutare ex-ante un hotel o un ristorante. Ecco allora il sito internet sempre più ricco di foto, e soprattutto il peso crescente delle recensioni dei clienti, oggi talmente importanti che rischiamo di veder nascere un mercato incivile di compravendita di recensioni positive, e negative (per i concorrenti).
E qui si aprono discorsi centrali per comprendere l’evoluzione del nostro sistema economico e sociale. Innanzitutto nei beni di esperienza sono gli elementi di contorno quelli che risultano essere decisivi. Posso avere il più bel sito archeologico del mondo, ma se non c’è un intero sistema territoriale (trasporti, hotel …) che funziona, il valore di quel bene precipita, e porta giù con sé il valore d’intere regioni. Posso trovare agriturismi marchigiani in ottime ‘location’, ma se quando arrivo non trovo quello stile relazionale frutto di secoli di cultura dell’accoglienza, che si traduce in mille dettagli concreti, il valore di quella vacanza scompare o si ridimensiona molto. In questi beni si coglie nella sua purezza uno dei tratti più complessi e misteriosi della nostra società di mercato. Quando un inglese viene in vacanza in Toscana o in Andalusia, va in cerca anche di dimensioni intrinseche a quelle culture, che non sono semplici merci. Certo, sa che il resort e il ristorante tipico sono imprese commerciali e che quindi rispondono alla logica del profitto, ma parte del benessere di quella vacanza, a volte la parte più consistente, dipende dalla presenza di contesti culturali, che sebbene entrino (eccome!) nel prezzo di quell’alloggio e di quel pranzo non sono semplici merci ‘prodotte’ da quegli imprenditori a mero scopo di lucro. Tanto che il valore di assistere ad una vera sagra paesana o ad una autentica rievocazione storica è immensamente maggiore di quelle rappresentazioni folkoristiche organizzate artificialmente, e a pagamento, dal ristoratore. Nei nostri territori esistono, in altre parole, dei patrimoni culturali che sono degli autentici beni comuni (e non beni privati), accumulati nei secoli, che diventano anche vantaggio competitivo delle nostre imprese e che generano profitti. Occorre custodirli, perché da loro dipende molto della nostra forza economica e civile presente e ancor più futura.
Un secondo ambito è poi il cosiddetto consumo critico e responsabile. Ciò che ci porta nelle botteghe civili e speciali del commercio equo è soprattutto la ricerca di una esperienza. Per questo è essenziale parlare con chi vi lavora, farsi raccontare le tante splendide storie dei beni, far ‘parlare’ la gente che li ha prodotti; intrattenersi magari a scambiare qualche parola sul nostro capitalismo, o incontrare qualche altro cliente che è lì per fare la nostra stessa esperienza. Il valore di questo consumo non è contenuto soltanto nel bene (e nei rapporti di produzione che esso incarna), ma anche nell’esperienza interpersonale che facciamo quando ci rechiamo in un negozio, in una filiale di una banca, in un mercato. L’etica senza esperienza è solo ideologia.
Infine, dobbiamo prendere coscienza che tutti i beni di mercato stanno diventando beni di esperienza. È questo un paradosso cruciale nell’economia di mercato contemporanea. Da una parte, il mercato ha bisogno di produrre una massa crescente di beni senza troppe varianti, poiché le economie di scala e le esigenze di costo portano a consumi di massa di merci simili per poterli riprodurre, con poche varianti e a basso costo, in tutto il mondo. E così si sono mosse le imprese del XX secolo. Ma queste imprese si trovano oggi a fronteggiare anche una tendenza opposta. La democrazia e la libertà generano milioni di persone con gusti e valori diversi, dove ciascuno sa di essere unico e non omologabile. Ecco allora che le grandi imprese cresciute con la mentalità del consumo di massa, devono ripensarsi profondamente. Da una parte siamo attratti dall’avere anche noi esattamente quel tipo di computer o telefonino status simbol; al tempo stesso, però, vorremmo che il nostro pc avesse qualcosa di unico disegnato sulla mia persona; vorrei, cioè, che l’esperienza che io faccio con quel pc sia unica e solo mia, perché soltanto io sono io. Ecco allora che si aprono prospettive intriganti per il prossimo futuro industriale ed economico. Le imprese di successo, anche su scala mondiale, saranno quelle capaci di mettere assieme prodotti che possono essere venduti su mercati sempre più globali (e oggi la rete consente anche a piccolissime imprese di operare a Madras, Lanciano e a Lisbona), ma soprattutto capaci di coinvolgere il ‘consumatore’ in un’esperienza nella quale non si sente uno dei tanti anonimi e cloni possessori e utenti, ma un pezzo unico. Si capisce allora che ci attende un grande sviluppo di ‘fai da te’ più sofisticati degli attuali, fatti di un intreccio di beni standardizzati, di assistenza tecnica e della nostra creatività nel personalizzare abitazioni, giardini, siti internet, e domani quartieri e città. Se sappiamo guardare dentro l’ambivalente mercato televisivo di ultima generazione, ad esempio, possiamo già trovarvi qualcosa del genere, o almeno tentativi, più o meno felici, di andare in questa direzione.
Quando usciamo di casa per scendere nei mercati, cerchiamo esperienze più grandi delle cose che compriamo. Troppo spesso, però, i beni non mantengono le loro promesse, perché quelle esperienze sono troppo povere rispetto al nostro bisogno di infinito. E così, delusi ma capaci di dimenticare le delusioni di ieri, ricominciamo ogni mattina le nostre liturgie economiche, in cerca di beni, di sogni, di rapporti umani, di vita.
Qualcosa di unico
di Luigino Bruni
Sta emergendo una nuova domanda di partecipazione nel consumo, nel risparmio e nell’uso dei beni. Una differenza cruciale, ad esempio, tra l’internet di 10-15 anni fa, abitato da siti web e dalle email, e il web dei social media e delle Apps, è un maggior coinvolgimento e protagonismo di noi abitanti della rete. Analogamente, la tv oggi non manda in onda soltanto programmi per ‘telespettatori’, ma ci chiede di votare il cantante o il giocatore migliore. E la cosa interessante è che la gente partecipa, investe tempo per dire la propria opinione e per sentirsi parte attiva di una nuova forma di comunicazione: per fare un’esperienza.
Molti dedichiamo tempo, e molto, per scrivere o arricchire, in modo anonimo, le voci di Wikipedia (l’enciclopedia del web), o per migliorare un software libero. È come se stessimo creando nuove ‘piazze’, dove la gente sta tornando, diversamente e con gusto, a parlare, a perder tempo disinteressatamente. Un fenomeno di certo ambivalente, ma l’ambivalenza può essere anche l’inizio di un discorso generativo.
Agli uomini e alle donne il solo consumo dei beni non è mai bastato. Da animali simbolici e ideologici quali siamo, abbiamo sempre chiesto di più alle nostre merci: dallo status sociale alla rappresentazione di futuri migliori durante presenti indigenti. Tramite i beni abbiamo voluto parlare, raccontare storie, raccontarci agli altri, e ascoltare gli altri parlare. Fare esperienze. Alcuni beni, poi, sono talmente legati ad un’esperienza che gli economisti li hanno chiamati “beni d’esperienza” (experience goods), quei beni che riusciamo a capire e valutare solo dopo averne fatto esperienza diretta e personale. Sono beni di esperienza quasi tutti i beni culturali e turistici. Posso valutare se ho speso bene il biglietto per un museo mentre lo visito, non prima; capisco se il prezzo di quel week-end all’agriturismo era congruo solo quando mi trovo sul posto, e vedo paesaggio, ambiente e incontro i padroni di casa. Il mercato non ama questa incertezza, e cerca di offrirci alcuni degli elementi decisivi per valutare ex-ante un hotel o un ristorante. Ecco allora il sito internet sempre più ricco di foto, e soprattutto il peso crescente delle recensioni dei clienti, oggi talmente importanti che rischiamo di veder nascere un mercato incivile di compravendita di recensioni positive, e negative (per i concorrenti).
E qui si aprono discorsi centrali per comprendere l’evoluzione del nostro sistema economico e sociale. Innanzitutto nei beni di esperienza sono gli elementi di contorno quelli che risultano essere decisivi. Posso avere il più bel sito archeologico del mondo, ma se non c’è un intero sistema territoriale (trasporti, hotel …) che funziona, il valore di quel bene precipita, e porta giù con sé il valore d’intere regioni. Posso trovare agriturismi marchigiani in ottime ‘location’, ma se quando arrivo non trovo quello stile relazionale frutto di secoli di cultura dell’accoglienza, che si traduce in mille dettagli concreti, il valore di quella vacanza scompare o si ridimensiona molto. In questi beni si coglie nella sua purezza uno dei tratti più complessi e misteriosi della nostra società di mercato. Quando un inglese viene in vacanza in Toscana o in Andalusia, va in cerca anche di dimensioni intrinseche a quelle culture, che non sono semplici merci. Certo, sa che il resort e il ristorante tipico sono imprese commerciali e che quindi rispondono alla logica del profitto, ma parte del benessere di quella vacanza, a volte la parte più consistente, dipende dalla presenza di contesti culturali, che sebbene entrino (eccome!) nel prezzo di quell’alloggio e di quel pranzo non sono semplici merci ‘prodotte’ da quegli imprenditori a mero scopo di lucro. Tanto che il valore di assistere ad una vera sagra paesana o ad una autentica rievocazione storica è immensamente maggiore di quelle rappresentazioni folkoristiche organizzate artificialmente, e a pagamento, dal ristoratore. Nei nostri territori esistono, in altre parole, dei patrimoni culturali che sono degli autentici beni comuni (e non beni privati), accumulati nei secoli, che diventano anche vantaggio competitivo delle nostre imprese e che generano profitti. Occorre custodirli, perché da loro dipende molto della nostra forza economica e civile presente e ancor più futura.
Un secondo ambito è poi il cosiddetto consumo critico e responsabile. Ciò che ci porta nelle botteghe civili e speciali del commercio equo è soprattutto la ricerca di una esperienza. Per questo è essenziale parlare con chi vi lavora, farsi raccontare le tante splendide storie dei beni, far ‘parlare’ la gente che li ha prodotti; intrattenersi magari a scambiare qualche parola sul nostro capitalismo, o incontrare qualche altro cliente che è lì per fare la nostra stessa esperienza. Il valore di questo consumo non è contenuto soltanto nel bene (e nei rapporti di produzione che esso incarna), ma anche nell’esperienza interpersonale che facciamo quando ci rechiamo in un negozio, in una filiale di una banca, in un mercato. L’etica senza esperienza è solo ideologia.
Infine, dobbiamo prendere coscienza che tutti i beni di mercato stanno diventando beni di esperienza. È questo un paradosso cruciale nell’economia di mercato contemporanea. Da una parte, il mercato ha bisogno di produrre una massa crescente di beni senza troppe varianti, poiché le economie di scala e le esigenze di costo portano a consumi di massa di merci simili per poterli riprodurre, con poche varianti e a basso costo, in tutto il mondo. E così si sono mosse le imprese del XX secolo. Ma queste imprese si trovano oggi a fronteggiare anche una tendenza opposta. La democrazia e la libertà generano milioni di persone con gusti e valori diversi, dove ciascuno sa di essere unico e non omologabile. Ecco allora che le grandi imprese cresciute con la mentalità del consumo di massa, devono ripensarsi profondamente. Da una parte siamo attratti dall’avere anche noi esattamente quel tipo di computer o telefonino status simbol; al tempo stesso, però, vorremmo che il nostro pc avesse qualcosa di unico disegnato sulla mia persona; vorrei, cioè, che l’esperienza che io faccio con quel pc sia unica e solo mia, perché soltanto io sono io. Ecco allora che si aprono prospettive intriganti per il prossimo futuro industriale ed economico. Le imprese di successo, anche su scala mondiale, saranno quelle capaci di mettere assieme prodotti che possono essere venduti su mercati sempre più globali (e oggi la rete consente anche a piccolissime imprese di operare a Madras, Lanciano e a Lisbona), ma soprattutto capaci di coinvolgere il ‘consumatore’ in un’esperienza nella quale non si sente uno dei tanti anonimi e cloni possessori e utenti, ma un pezzo unico. Si capisce allora che ci attende un grande sviluppo di ‘fai da te’ più sofisticati degli attuali, fatti di un intreccio di beni standardizzati, di assistenza tecnica e della nostra creatività nel personalizzare abitazioni, giardini, siti internet, e domani quartieri e città. Se sappiamo guardare dentro l’ambivalente mercato televisivo di ultima generazione, ad esempio, possiamo già trovarvi qualcosa del genere, o almeno tentativi, più o meno felici, di andare in questa direzione.
Quando usciamo di casa per scendere nei mercati, cerchiamo esperienze più grandi delle cose che compriamo. Troppo spesso, però, i beni non mantengono le loro promesse, perché quelle esperienze sono troppo povere rispetto al nostro bisogno di infinito. E così, delusi ma capaci di dimenticare le delusioni di ieri, ricominciamo ogni mattina le nostre liturgie economiche, in cerca di beni, di sogni, di rapporti umani, di vita.
venerdì 15 novembre 2013
Lessico del ben-vivere sociale / 7
Avvenire dell'11 novembre 2013
Rigenerare virtù capovolte
di Luigino Bruni
C’è una legge economica e sociale tanto importante quanto dimenticata. È quella che Luigi Einaudi chiamava la «teoria del punto critico», che egli definiva «fondamentale nella scienza, sia economica sia politica» (Lezioni di politica sociale, 1944) e che attribuiva al suo conterraneo Emanuele Sella (un economista e poeta, che scrisse anche un trattato di economia "trinitaria"). L’idea è l’esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico, appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, cambiando segno o natura. La legge del punto critico potremmo oggi applicarla alla finanza, ma anche alle tasse (che quando superano una soglia finiscono per penalizzare gli onesti che le pagano).
Scriveva Einaudi: «È ragionevole che ogni famiglia aspiri al possesso della radio. Ma la radio può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento dell’umanità. Il passaggio dalla radio che allieta e istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa d’imbecillimento dell’umanità è graduale». Se cambiamo l’oggetto del suo discorso e al posto di "radio" (oggi tra i media più creativi e critici) scriviamo "tv", la logica della sua analisi diventa attualissima, e può essere estesa a tutti i beni di comfort.
Nelle prime fasi dello sviluppo, la disponibilità di beni che aumentano il comfort è importante per il benessere. Gli esempi sono tanti. Basti pensare a che cosa ha rappresentato l’invenzione della lavatrice per il benessere delle nostre nonne e mamme. O all’introduzione della pay-tv che ha consentito di vedere la partita a casa al caldo e senza rischi. Qualcosa di analogo è poi accaduto con l’avvento dei social media. Ma sono ormai molti gli studi che ci dicono che gli effetti dei beni di comfort sul benessere cambiano di segno, o di natura, quando si supera un punto critico. Utilissimi sono i cibi precotti quando facciamo tardi e abbiamo venti minuti per preparare la cena; ma se col tempo diventano l’unico cibo presente nel frigo, e ci tolgono la gioia di preparare un pranzo (sano), magari insieme, è probabile che la nostra vita peggiori in qualità.
Ma perché – è questa la domanda cruciale – dovremmo cadere in simili trappole, e non fermarci prima di superare il punto critico? Le ragioni sono molte. Una prima ce la fa intravvedere lo stesso Einaudi: la gradualità. Il punto di svolta si supera un po’ alla volta e senza accorgersene, o accorgendocene troppo tardi. Una seconda spiegazione si chiama salienza: c’è in noi una forte tendenza a vedere di più i beni di comfort e a veder meno beni come quelli relazionali e civili. Nel calcolo del peso relativo che i diversi tipi di beni hanno per la nostra felicità, sovrastimiamo le merci e sottostimiamo i beni non di mercato, che essendo più ordinari e feriali (pensiamo ai rapporti di famiglia, o alla democrazia) li vediamo meno, sono meno salienti – tranne poi accorgerci del loro valore, e del loro prezzo, una volta che li perdiamo. Infine, c’è l’attuale mercato capitalistico: esiste tutta un’industria, sempre più agguerrita, orientata razionalmente a venderci beni di comfort, mentre nessuno (tranne "Pubblicità Progresso") paga per pubblicità che ci incoraggi a investire in beni relazionali o in libertà – interessante è, a questo riguardo, lo «spot impossibile» (è su youtube) ideato da Stefano Bartolini.
C’è poi un altro ambito toccato da quel testo di Einaudi: «Una società di gente ubbidiente diventa presto vittima del tiranno o di impiegati e di mandarini. Chiamavasi "Regola" quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri grandi fondatori avevano dato agli ordini monastici. Finché i conventi furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicare ad esso sé e la famiglia e i beni. Ma la ricchezza partorisce la corruzione. (…) Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o meno, si assiste alla medesima vicenda». Qui il superamento di un punto critico produce lo snaturamento di un elemento che nel tempo da buono si trasforma nel suo opposto (sudditanza, accumulazione di ricchezza …). È, questa, un’espressione di un’antica regola aurea: i comportamenti viziosi spesso non sono altro che primitive virtù pervertitesi per aver voluto salvare la forma e non la sostanza che le aveva generate – il prudente risparmio che diventa avarizia, o il giusto profitto che evolve in rendita parassitaria. La fedeltà incondizionata alla lettera del fondatore di movimenti culturali o spirituali, ad esempio, che nella prima generazione era stato un elemento vitale ed essenziale per la nascita e crescita di quelle esperienze, a un certo punto fa innescare un meccanismo auto-distruttivo che impedisce il vitale bisogno di rinnovamento e di riformatori, fino a morire in nome di antiche virtù (fedeltà) tramutatesi gradualmente in vizi (immobilismo). I movimenti come i grandi ordini mendicati francescano o domenicano vivono ancora a distanza di secoli anche perché sono stati capaci di generare molti riformatori, creativamente fedeli.
Esistono, infatti, degli accorgimenti da adottare per evitare, prevenire o quantomeno gestire, queste crisi, che a volte diventano vere e proprie "morti". Una prima regola fondamentale è prendere coscienza individuale e collettiva, e nei tempi ancora felici, che il punto critico esiste. Sapere è il primo antidoto e può salvare, soprattutto se diventa anche regole di governance e accortezza istituzionale. Ma ancora più importante è la presenza, o l’introduzione, di una culturale giubilare. Nel popolo d’Israele ogni cinquant’anni i beni tornavano agli antichi proprietari, i debiti si cancellavano. Se i movimenti e le comunità nati da idealità periodicamente smobilitassero e rimettendo in circolo i beni accumulati nei decenni, e si rimettessero "lungo la strada", lì ritroverebbero quella forza profetica che nel frattempo s’è naturalmente affievolita; e lì, nelle periferie, incontrerebbero tanti in ricerca di quegli stessi ideali che non trovano più nei luoghi della vita ordinaria.
Infine, non è difficile accorgersi che senza ascoltare chi ce lo diceva o gridava alcuni punti critici in Occidente li abbiamo già superati – e quando succede essi scompaiono dall’orizzonte visivo delle civiltà. Li abbiamo superati, o vi siamo molto vicini, nell’ambiente naturale, nei capitali spirituali, nell’uso dell’acqua, nel consumo di suolo pubblico, in molti tessuti comunitari, nell’uso di incentivi, dei controlli, della concorrenza, o nella sopportazione dell’ingiustizia del mondo. Abbiamo di certo oltrepassato il punto critico della vita esteriore (consumi, merci, tecnica), e così ci appare normale la nostra grande carestia e incapacità d’interiorità, di meditazione, di preghiera nella quale siamo precipitati, gradualmente. Stessa sorte è quella capitata all’immunità. La buona conquista moderna di spazi e momenti di vita privata immuni da potenti e da padroni, si è trasformata in una cultura dell’immunità dove non ci si abbraccia e non ci si sfiora più. E così una piena di solitudine sta inondando le nostre città. Ci stiamo abituando a soffrire soli, a morire soli, a diventar grandi da soli in stanze chiuse, vuote di persone amiche, ma piene di demoni che ci rubano i nostri figli.
Parlare insieme di questi grandi temi civili è un primo passo decisivo per prenderne coscienza e per non oltrepassare altri punti critici all’orizzonte. Per fermarci e perfino retrocedere: in alcuni casi, rari ma luminosi, i popoli sono stati capaci di farlo.
Rigenerare virtù capovolte
di Luigino Bruni
C’è una legge economica e sociale tanto importante quanto dimenticata. È quella che Luigi Einaudi chiamava la «teoria del punto critico», che egli definiva «fondamentale nella scienza, sia economica sia politica» (Lezioni di politica sociale, 1944) e che attribuiva al suo conterraneo Emanuele Sella (un economista e poeta, che scrisse anche un trattato di economia "trinitaria"). L’idea è l’esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico, appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, cambiando segno o natura. La legge del punto critico potremmo oggi applicarla alla finanza, ma anche alle tasse (che quando superano una soglia finiscono per penalizzare gli onesti che le pagano).
Scriveva Einaudi: «È ragionevole che ogni famiglia aspiri al possesso della radio. Ma la radio può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento dell’umanità. Il passaggio dalla radio che allieta e istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa d’imbecillimento dell’umanità è graduale». Se cambiamo l’oggetto del suo discorso e al posto di "radio" (oggi tra i media più creativi e critici) scriviamo "tv", la logica della sua analisi diventa attualissima, e può essere estesa a tutti i beni di comfort.
Nelle prime fasi dello sviluppo, la disponibilità di beni che aumentano il comfort è importante per il benessere. Gli esempi sono tanti. Basti pensare a che cosa ha rappresentato l’invenzione della lavatrice per il benessere delle nostre nonne e mamme. O all’introduzione della pay-tv che ha consentito di vedere la partita a casa al caldo e senza rischi. Qualcosa di analogo è poi accaduto con l’avvento dei social media. Ma sono ormai molti gli studi che ci dicono che gli effetti dei beni di comfort sul benessere cambiano di segno, o di natura, quando si supera un punto critico. Utilissimi sono i cibi precotti quando facciamo tardi e abbiamo venti minuti per preparare la cena; ma se col tempo diventano l’unico cibo presente nel frigo, e ci tolgono la gioia di preparare un pranzo (sano), magari insieme, è probabile che la nostra vita peggiori in qualità.
Ma perché – è questa la domanda cruciale – dovremmo cadere in simili trappole, e non fermarci prima di superare il punto critico? Le ragioni sono molte. Una prima ce la fa intravvedere lo stesso Einaudi: la gradualità. Il punto di svolta si supera un po’ alla volta e senza accorgersene, o accorgendocene troppo tardi. Una seconda spiegazione si chiama salienza: c’è in noi una forte tendenza a vedere di più i beni di comfort e a veder meno beni come quelli relazionali e civili. Nel calcolo del peso relativo che i diversi tipi di beni hanno per la nostra felicità, sovrastimiamo le merci e sottostimiamo i beni non di mercato, che essendo più ordinari e feriali (pensiamo ai rapporti di famiglia, o alla democrazia) li vediamo meno, sono meno salienti – tranne poi accorgerci del loro valore, e del loro prezzo, una volta che li perdiamo. Infine, c’è l’attuale mercato capitalistico: esiste tutta un’industria, sempre più agguerrita, orientata razionalmente a venderci beni di comfort, mentre nessuno (tranne "Pubblicità Progresso") paga per pubblicità che ci incoraggi a investire in beni relazionali o in libertà – interessante è, a questo riguardo, lo «spot impossibile» (è su youtube) ideato da Stefano Bartolini.
C’è poi un altro ambito toccato da quel testo di Einaudi: «Una società di gente ubbidiente diventa presto vittima del tiranno o di impiegati e di mandarini. Chiamavasi "Regola" quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri grandi fondatori avevano dato agli ordini monastici. Finché i conventi furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicare ad esso sé e la famiglia e i beni. Ma la ricchezza partorisce la corruzione. (…) Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o meno, si assiste alla medesima vicenda». Qui il superamento di un punto critico produce lo snaturamento di un elemento che nel tempo da buono si trasforma nel suo opposto (sudditanza, accumulazione di ricchezza …). È, questa, un’espressione di un’antica regola aurea: i comportamenti viziosi spesso non sono altro che primitive virtù pervertitesi per aver voluto salvare la forma e non la sostanza che le aveva generate – il prudente risparmio che diventa avarizia, o il giusto profitto che evolve in rendita parassitaria. La fedeltà incondizionata alla lettera del fondatore di movimenti culturali o spirituali, ad esempio, che nella prima generazione era stato un elemento vitale ed essenziale per la nascita e crescita di quelle esperienze, a un certo punto fa innescare un meccanismo auto-distruttivo che impedisce il vitale bisogno di rinnovamento e di riformatori, fino a morire in nome di antiche virtù (fedeltà) tramutatesi gradualmente in vizi (immobilismo). I movimenti come i grandi ordini mendicati francescano o domenicano vivono ancora a distanza di secoli anche perché sono stati capaci di generare molti riformatori, creativamente fedeli.
Esistono, infatti, degli accorgimenti da adottare per evitare, prevenire o quantomeno gestire, queste crisi, che a volte diventano vere e proprie "morti". Una prima regola fondamentale è prendere coscienza individuale e collettiva, e nei tempi ancora felici, che il punto critico esiste. Sapere è il primo antidoto e può salvare, soprattutto se diventa anche regole di governance e accortezza istituzionale. Ma ancora più importante è la presenza, o l’introduzione, di una culturale giubilare. Nel popolo d’Israele ogni cinquant’anni i beni tornavano agli antichi proprietari, i debiti si cancellavano. Se i movimenti e le comunità nati da idealità periodicamente smobilitassero e rimettendo in circolo i beni accumulati nei decenni, e si rimettessero "lungo la strada", lì ritroverebbero quella forza profetica che nel frattempo s’è naturalmente affievolita; e lì, nelle periferie, incontrerebbero tanti in ricerca di quegli stessi ideali che non trovano più nei luoghi della vita ordinaria.
Infine, non è difficile accorgersi che senza ascoltare chi ce lo diceva o gridava alcuni punti critici in Occidente li abbiamo già superati – e quando succede essi scompaiono dall’orizzonte visivo delle civiltà. Li abbiamo superati, o vi siamo molto vicini, nell’ambiente naturale, nei capitali spirituali, nell’uso dell’acqua, nel consumo di suolo pubblico, in molti tessuti comunitari, nell’uso di incentivi, dei controlli, della concorrenza, o nella sopportazione dell’ingiustizia del mondo. Abbiamo di certo oltrepassato il punto critico della vita esteriore (consumi, merci, tecnica), e così ci appare normale la nostra grande carestia e incapacità d’interiorità, di meditazione, di preghiera nella quale siamo precipitati, gradualmente. Stessa sorte è quella capitata all’immunità. La buona conquista moderna di spazi e momenti di vita privata immuni da potenti e da padroni, si è trasformata in una cultura dell’immunità dove non ci si abbraccia e non ci si sfiora più. E così una piena di solitudine sta inondando le nostre città. Ci stiamo abituando a soffrire soli, a morire soli, a diventar grandi da soli in stanze chiuse, vuote di persone amiche, ma piene di demoni che ci rubano i nostri figli.
Parlare insieme di questi grandi temi civili è un primo passo decisivo per prenderne coscienza e per non oltrepassare altri punti critici all’orizzonte. Per fermarci e perfino retrocedere: in alcuni casi, rari ma luminosi, i popoli sono stati capaci di farlo.
mercoledì 13 novembre 2013
Al via il biennio 2013-2015 della Scuola del Legame Sociale
Ancora posti disponibili per iscriversi al nuovo biennio della Scuola del Legame Sociale, promossa dal Centro Servizi Volontariato di Padova.
Sette incontri all'anno, per due anni.
Un percorso formativo e culturale sul significato contemporaneo della relazione e del dono.
Il focus di quest'anno è il lavoro: il lavoro come diritto, dovere, impegno, occasione di relazione, anche intergenerazionale, patto sociale, espressione di creatività.
Oggi, però, la parola lavoro viene spesso associata ad altre parole: stress, assenza, crisi, emarginazione, sopravvivenza ...
Ci sono ancora molti posti di lavoro volontario ... per cercare di trovare, insieme, una risposta al malessere sociale e riscoprire il benessere del lavoro.
Vi aspetto sabato prossimo, 16 novembre, alle ore 9:30, presso la sede del CSV, in Via Gradenigo 10, zona Portello, Padova.
Qui trovate tutte le informazioni del caso:
Lavorare stanca? Il focus del nuovo biennio
Il calendario delle 7 lezioni con laboratorio
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Sette incontri all'anno, per due anni.
Un percorso formativo e culturale sul significato contemporaneo della relazione e del dono.
Il focus di quest'anno è il lavoro: il lavoro come diritto, dovere, impegno, occasione di relazione, anche intergenerazionale, patto sociale, espressione di creatività.
Oggi, però, la parola lavoro viene spesso associata ad altre parole: stress, assenza, crisi, emarginazione, sopravvivenza ...
Ci sono ancora molti posti di lavoro volontario ... per cercare di trovare, insieme, una risposta al malessere sociale e riscoprire il benessere del lavoro.
Vi aspetto sabato prossimo, 16 novembre, alle ore 9:30, presso la sede del CSV, in Via Gradenigo 10, zona Portello, Padova.
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giovedì 5 settembre 2013
Abbiamo perso il controllo?
La pornografia dentro casa
Fonte "La Difesa del Popolo" di Domenica 28 Luglio 2013Vorrei parlare di Inghilterra, questa settimana. Non per celebrare la nascita dell’erede al trono, ma per riflettere sulla decisa presa di posizione del primo ministro David Cameron che, nei giorni scorsi, ha preso di petto il problema della pornografia su internet. Per prima cosa, entro pochi mesi sarà bloccata all’origine la possibilità di navigare sui siti pornografici: chi volesse, dovrà farne esplicita richiesta al momento dell’attivazione della linea. In più, Cameron ha chiesto a Google e agli altri motori di ricerca di fare la loro parte, bloccando la ricerca di parole o frasi che rimandino esplicitamente alla pornografia. Vista la velocità con cui marcia la tecnologia, è chiaro che nessuna soluzione ci garantirà del tutto. Ma quella scelta dall’Inghilterra – più o meno come si fece anni fa in Italia per contenere il fenomeno dei numeri telefonici a pagamento – va comunque nella direzione giusta.
Per quanto ripugnante sia, dopo i 18 anni il porno è legale. Certo, ma anche se siete adulti e volete consumare pornografia via internet, almeno metteteci la faccia e la firma. Vista la diffusione nelle case, e sempre di più anche sui telefonini che mettiamo in mano ai nostri ragazzi, la rete non può infatti continuare a essere una immensa prateria libera da ogni controllo. Più che le soluzioni tecniche, quel che però mi pare meritevole nell’iniziativa del governo inglese sono le motivazioni. «I nostri ragazzi stanno crescendo troppo velocemente – ha sottolineato Cameron – e la visione di certe immagini li danneggia perché influisce sull’atteggiamento e sulle aspettative che essi avranno del sesso. Le aziende hanno l’obbligo morale di agire».
Non è un bigotto, Cameron. Sta solo traducendo in azione politica quel che milioni di persone pensano: non è giusto che i nostri figli siano esposti a un’assalto così violento e pervasivo da scardinare ogni difesa, privando di fatto le famiglie, la scuola, la comunità del ruolo educativo che a loro spetta. Alla fine, come si domanda Cameron, che aspettative avranno del sesso e prima ancora dell’amore? Che mariti e mogli saranno? Come si plasmerà la loro struttura psicologica e morale? In attesa di individuare la soluzione tecnica più efficace, è già importante che un governo si ponga questi interrogativi invece di nascondere la testa sotto la sabbia o di continuare a ripetere stantii slogan dei tempi passati: questa non è libertà, ma un abuso continuato di cui i nostri ragazzi sono vittime. La rete, si dice, è uno straordinario strumento che ha allargato a dismisura i nostri confini mentali portandoci l’intero mondo in casa. Verissimo. A patto di ricordarci che non tutto il mondo è buono. E che non tutto merita di essere visto da un bambino di dieci anni.
Editoriale di Guglielmo Frezza
lunedì 2 settembre 2013
Rispettiamo la Madre Terra
1° settembre – Giornata per la salvaguardia del Creato
Si celebra il 1° settembre l'ottava Giornata per la salvaguardia del creato, promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana. Scriveva nel 1991 Raimon Panikkar (1918-2010) – sacerdote, filosofo e autore di più di sessanta libri sulle religioni e sul dialogo interreligioso – che occorreva chiedere perdono alla madre terra per le contaminazioni che le abbiamo causato con la violenza, lo sfruttamento, l'avidità.
Invocava Dio Padre, affinché si compisse quella riconciliazione
tra l'uomo e la terra che avrebbe favorito
la liberazione dai nostri peccati. Panikkar, in sintesi,
offriva e consacrava al Signore la madre terra. Memori
di questo insegnamento, anche noi dobbiamo
comprendere il valore del creato per riscoprire il vero
volto di Dio. Dalla contemplazione della terra e delle
sue meraviglie, infatti, scaturisce la lode e il ringraziamento
al Creatore.Ma è necessario anche sensibilizzarsi per rispettare la bellezza della natura, per non offenderla con la nostra avidità e cupidigia, inquinandola, distruggendola, deturpandola. Si tratta di maturare una coscienza ecologica, più attenta a non sciupare quella splendida casa che è il pianeta sul quale viviamo. Ci libereremo così da quell'egoismo che è la causa principale dei disastri ambientali e dello sfruttamento senza misura della terra.
Tratto da: La domenica, nr. 38 del 1° settembre 2013
L'illusione della crescita!
Il paradigma della crescita
Fonte "La Difesa del Popolo" di Domenica 1 Settembre 2013
Siamo sinceri: tra i mille problemi che l’Italia si trova ad affrontare, quello dell’Imu non è certo il principale. Ma qualche riflessione vale comunque la pena di farla, dato che in ogni caso – sotto altra forma o sotto altro nome poco importa – il tema della giusta tassazione degli immobili si ripropone puntualmente ogni anno. Conti alla mano, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa ha più un valore simbolico che di reale aiuto ai bilanci familiari. Non solo: in proporzione a guadagnarci sono i ceti più abbienti, quelli che possono permettersi abitazioni più grandi e in quartieri migliori, non certo chi con fatica sta pagando il mutuo per un bilocale in periferia. Poi, certo, ogni risparmio è ben accetto. Ma se il contrappasso è quello di vedersi alzare ancora le tariffe comunali – o peggio di veder ridotti i servizi che l’Imu contribuisce a pagare – per la maggior parte di noi il gioco non vale la candela. L’altra grande critica addotta all’Imu è che avrebbe contribuito ad affossare il settore dell’edilizia. Con le tasse, dicono, non si costruisce e non si compra più. Magari è anche in parte vero, ma più che di prima casa qui stiamo parlando del mattone da investimento (seconde case, case vacanza, spazi commerciali, capannoni). E su questi immobili nessuno ha mai comunque ipotizzato di togliere l’Imu. Ma poi – si permetta la provocazione – davvero sentiamo il bisogno di nuovi cantieri, nuove lottizzazioni, nuovo cemento in un Veneto in cui si è costruito a dismisura negli scorsi anni? Se il mercato è inondato di case invendute, se ovunque vediamo progetti faraonici tristemente fermi da anni nel cuore delle città, davvero pensiamo che si possa ancora sostenere la famosa “crescita” perpetuando un simile modello? Se bisogna dare un aiuto al settore, invece di pensare all’Imu non sarebbe meglio investire ancora di più sulla riqualificazione energetica, i (moderati) ampliamenti di superficie, la ricucitura degli spazi, la bonifica dell’esistente, gli spazi verdi? Nonostante la crisi, il piano casa regionale ha portato a investimenti che superano i due miliardi in quattro anni. Nonostante la crisi, le detrazioni d’imposta per i lavori di ristrutturazione hanno raccolto uno straordinario successo, dando lavoro e facendo anche pagare le tasse. Molti italiani hanno già capito che è un paradigma culturale, prima che economico, quello che va cambiato. Abbiamo bisogno di meno quantità e più qualità. Perché anche dire che bisogna “puntare alla crescita” o “far ripartire il mercato” – senza domandarsi il costo in termini ambientali, sociali, di salute – è solo uno slogan che fa il paio con quelli in stile “la prima casa è sacra”. Fanno colpo, ma a conti fatti rischiano di farci soltanto male.
Siamo sinceri: tra i mille problemi che l’Italia si trova ad affrontare, quello dell’Imu non è certo il principale. Ma qualche riflessione vale comunque la pena di farla, dato che in ogni caso – sotto altra forma o sotto altro nome poco importa – il tema della giusta tassazione degli immobili si ripropone puntualmente ogni anno. Conti alla mano, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa ha più un valore simbolico che di reale aiuto ai bilanci familiari. Non solo: in proporzione a guadagnarci sono i ceti più abbienti, quelli che possono permettersi abitazioni più grandi e in quartieri migliori, non certo chi con fatica sta pagando il mutuo per un bilocale in periferia. Poi, certo, ogni risparmio è ben accetto. Ma se il contrappasso è quello di vedersi alzare ancora le tariffe comunali – o peggio di veder ridotti i servizi che l’Imu contribuisce a pagare – per la maggior parte di noi il gioco non vale la candela. L’altra grande critica addotta all’Imu è che avrebbe contribuito ad affossare il settore dell’edilizia. Con le tasse, dicono, non si costruisce e non si compra più. Magari è anche in parte vero, ma più che di prima casa qui stiamo parlando del mattone da investimento (seconde case, case vacanza, spazi commerciali, capannoni). E su questi immobili nessuno ha mai comunque ipotizzato di togliere l’Imu. Ma poi – si permetta la provocazione – davvero sentiamo il bisogno di nuovi cantieri, nuove lottizzazioni, nuovo cemento in un Veneto in cui si è costruito a dismisura negli scorsi anni? Se il mercato è inondato di case invendute, se ovunque vediamo progetti faraonici tristemente fermi da anni nel cuore delle città, davvero pensiamo che si possa ancora sostenere la famosa “crescita” perpetuando un simile modello? Se bisogna dare un aiuto al settore, invece di pensare all’Imu non sarebbe meglio investire ancora di più sulla riqualificazione energetica, i (moderati) ampliamenti di superficie, la ricucitura degli spazi, la bonifica dell’esistente, gli spazi verdi? Nonostante la crisi, il piano casa regionale ha portato a investimenti che superano i due miliardi in quattro anni. Nonostante la crisi, le detrazioni d’imposta per i lavori di ristrutturazione hanno raccolto uno straordinario successo, dando lavoro e facendo anche pagare le tasse. Molti italiani hanno già capito che è un paradigma culturale, prima che economico, quello che va cambiato. Abbiamo bisogno di meno quantità e più qualità. Perché anche dire che bisogna “puntare alla crescita” o “far ripartire il mercato” – senza domandarsi il costo in termini ambientali, sociali, di salute – è solo uno slogan che fa il paio con quelli in stile “la prima casa è sacra”. Fanno colpo, ma a conti fatti rischiano di farci soltanto male.
Editoriale di Guglielmo Frezza
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